Anthropotes: In memoria del Card. Carlo Caffarra

Da RIVISTA UFFICIALE DEL PONTIFICIO ISTITUTO TEOLOGICO GIOVANNI PAOLO II PER LE SCIENZE DEL MATRIMONIO E DELLA FAMIGLIA

La memoria evoca con infinita gratitudine la figura del Cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, amico fraterno e carissimo: una delle personalità ecclesiali che hanno portato con maggiore forza, con maggiore dignità e anche con eroico sacrificio il peso della fedeltà alla santa Chiesa e di servizio all’uomo di questo nostro tempo. Nella sua straordinaria normalità, nell’incontro con lui, si avvertiva che era un prete, ma un prete della santa Chiesa di Dio, che aveva imparato la fede sulle ginocchia di sua mamma, in quella sana tradizione popolare cattolica dell’Emilia e della Lombardia. E a questa fede è rimasto fedele ininterrottamente e senza un minimo di cedimento lungo tutto la sua vita, interamente spesa per il servizio della santa Chiesa. Innanzitutto una grande esperienza di cultura, una cultura che nasceva dalla fede e che intendeva – proprio in forza dell’origine della fede – diventare giudizio vivo sulla realtà personale, familiare e sociale; servizio effettivo al bene comune della società. Un insegnamento che lo ha visto, oltre che insegnante nei seminari del nord Italia o in Università Cattolica, alla direzione dell’allora Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli Studi su Matrimonio e Famiglia. Questa realtà fu pensata insieme a Giovanni Paolo II come una profezia dei giorni contemporanei e di cui si può dire che, il cardinale, fu effettivo creatore e artefice. Attraverso questo glorioso Istituto la Chiesa si aprì con intensità di partecipazione, con forza di penetrazione, con intelligenza di comprensione alle vicende della Famiglia, che già da tempo cominciava ad avvertire i segni di un attacco frontale alla sua esistenza, alla sua identità e alla sua missione e che gli ultimi anni hanno così dolorosamente radicalizzato con una violenza inimmaginabile. Difendere la Famiglia per difendere la Chiesa: riscoprire la sacralità della Famiglia, per Caffarra, consisteva nel riscoprire compiutamente la sacralità della Chiesa e l’amore incondizionato alla persona, alla sua vita, alla sua dignità, alla sua libertà, all’intangibilità della vita in ogni momento della sua esistenza – senza nessun cedimento – dalla nascita al suo ritorno nelle mani e nel cuore di Dio. Sui cardini dell’amore alla vita, alla famiglia e alla Chiesa egli mosse la sua attività di moralista: forse uno dei più grandi dell’ultimo secolo, nella Chiesa cattolica. Per quanto riguarda la famiglia intuì con acutezza, non solo la profonda analogia fra la famiglia e la Chiesa, continuatrice della missione di Cristo per la salvezza dell’uomo e del mondo; ma intuì anche che la famiglia era l’unica possibilità per avere una visione realistica della vita umana e dei rapporti che l’uomo deve tendere a stabilire con le persone e con le cose. Difendere e comprendere la famiglia e approfondirne sempre più il mistero, perché nella sua radice profonda la famiglia è mistero, esattamente come mistero è la Chiesa: e sono mistero perché sono espressioni, o irradiazioni, del grande mistero della Trinità. Caffarra ha legato in maniera indisgiungibile la famiglia alla Trinità, poiché la caratteristica determinante della Famiglia Cristiana è appunto questo essere fatta, costituita, sullo schema della Trinità. E proprio perché in quanto costituita sullo schema della Trinità, è anche la rivelazione della natura profonda dell’uomo: Cristo rivela ad ogni uomo la verità che è in lui. E questa novità l’ha declinata assorbendo e rielaborando, accogliendo ed evolvendo il grande Magistero di San Giovanni Paolo II. Il suo insistente richiamo all’insegnamento del Papa Santo, ha come intessuto il punto di riferimento, la trama comune del suo insegnamento. La riscoperta, quindi, della intangibilità della vita umana – nel mistero della famiglia come nel mistero della Chiesa – ha ribadito la innegoziabilità che essa non è a disposizione di nessuno, di nessuna autorità mondana: soprattutto di quella pervasiva autorità che cominciava a presentarsi come portante tutti i diritti perché avente tutti i poteri, ovvero la struttura tecno-scientifica che BenedettoXVI indicò come il pericolo di una ritornante tentazione ideologica della vita, nella società. Messa a tema così la Famiglia, Caffarra ha enucleato, oltre a questa identità misterica – che è la vera parte essenziale del mistero della Chiesa e della sua missione – nei vari interventi che ci ha lasciato fino agli ultimi giorni, in previsione degli incontri che avrebbe dovuto tenere e che costituiscono in qualche modo il suo estremo testamento spirituale, l’indicazione della responsabilità della paternità e della maternità: un punto inderogabile della Famiglia Cristiana, chiamata a partecipare in maniera diretta a quel compito di generazione di uomini nuovi nel mondo – di cristiani nuovi – che è il compito, la responsabilità ultima, che Dio affida alla famiglia. Ma anche sull’educazione, il Cardinal Caffarra ha sempre avuto parole di grande profondità e insieme di grande forza, nei confronti di una società che andava, lentamente ma inesorabilmente, mettendo in crisi i punti di responsabilità educativa: la famiglia, la scuola e, non meno gravemente, la Chiesa. L’impostazione della ecclesiologia del Cardinal Caffarra, e la sua pastorale, hanno sottolineato fortemente la necessità che la Chiesa riaprisse il compito educativo. Non era pensabile, per il Cardinal Caffarra, una Chiesa che guardasse il fenomeno educativo, la responsabilità educativa, come un aspetto opzionale, facoltativo: una Chiesa che non vive questa attenzione all’aspetto educativo dei suoi figli e, al di là di questo di tutti gli uomini che sono in questo mondo, è una Chiesa che vive in modo ridotto la sua identità e ancor più che cerca di sottrarsi alla sua responsabilità. Nel suo grande, fulgido, episcopato bolognese, egli si dovette confrontare e assumere la responsabilità di maturare e di attualizzare la grande lezione dei suoi predecessori, prima fra tutte quella del Cardinale Giacomo Biffi. E poi dovette misurarsi, certamente in modo reale, con quella volontà egemonica delle forze radicali, marxiste ed anche massoniche, sviluppando in questo confronto, nella sua umile imperturbabilità, una forza grandiosa di dialogo e di paternità, non cedendo mai, davvero mai, alle pressioni e forse anche ai tentativi di ricatto che venivano dalla mentalità dominante. Questo si è rilevato bene dai messaggi di cordoglio arrivati al momento della sua morte e, ancor prima, quando ha lasciato il suo prestigioso incarico di arcivescovo di Bologna: tutti hanno avuto perquest’uomo un grande rispetto. Anche gli avversari. Gli avversari non hanno potuto non riconoscere che il suo modo di essere ed agire, il suo insegnamento alto, limpido e appassionato, non cedeva mai alla polemica per la polemica, ma non accettava neppure mai l’intimidazione, alla ricerca di chissà quale silenziosa presenza, che diventa connivenza con il mondo. Per questo il Cardinal Caffarra ha sofferto, e molto, anche la situazione della grande fatica della Chiesa. Sono rimaste lapidarie le sue affermazioni. Quella a me più cara è: “soltanto un cieco può non vedere la situazione di gravità della vita ecclesiale”. Egli portava questa fatica quasi leggendovi una misteriosa chiamata a una forma di martirio nella Chiesa e per la Chiesa, di cui non aveva neanche previsto la possibilità. Nella sua incondizionata adesione alla Chiesa e al Magistero del Santo Padre, la sua generazione – che è peraltro la mia – non poteva pensare che nella vita della Chiesa si potessero determinare tensioni, debolezze, collusioni, che rendessero ai cristiani che vogliono vivere la Fede più faticoso il cammino. Caffarra si assunse fino in fondo il compito di stare dentro a questa situazione faticosa e di parlare ancor più chiaramente che in passato, o meglio ancora più decisamente, per investire la vita della Chiesa e della società di progressivi interventi tesi a centrare continuamente il fulcro della questione: la grandezza della famiglia, la difesa della persona e della sua libertà, l’incremento della partecipazione dei Cristiani alla vita della società, attraverso la testimonianza della inesorabilità della dottrina sociale della Chiesa. L’ho visto fino agli ultimi giorni, ho avuto con lui un rapporto intensissimo, continuativo: io ritengo che non sarei riuscito a sostenere il peso di un attacco sistematico e assolutamente irrispettoso alla mia vita e al mio servizio, se non avessi avuto accanto a me, con una capacità di partecipazione gratuita al mio lavoro, il cardinale Carlo Caffarra, e ho capito in tutti questi anni che cosa significa il vescovo Metropolita, che vive la sua funzione metropolitana nei confronti delle diocesi che dipendono dalla sua. Il Cardinal Caffarra mi è stato padre, assumendosi con me la difficoltà dei passi che erano necessari, il lavoro che dovevo fare per superare le tentazioni del cedimento, la necessità di rinvigorire le nostre forze per questa battaglia quotidiana: implacabilmente sereno, ma implacabile testimone di quel Dio che venendo sulla terra e diventando uomo fra gli uomini, ha chiamato l’uomo a partecipare in maniera concreta, già nella concretezza della storia, alla grandezza e alla definitività della vita di Dio. La sua improvvisa scomparsa nel momento del ridimensionamento del Pontificio Istituto per gli Studi su Matrimonio e Famiglia, che era stata la sua grande opera, la sua impresa, è accaduta quando è sembrato che si facesse strada, in certi ambiti della vita ecclesiale e soprattutto teologica e pastorale, una concezione drammaticamente pragmatica, una contrapposizione assolutamente insostenibile fra dottrina e pastorale. Mi ha sempre accompagnato e confortato in questi anni questa sua affermazione: “la pastorale senza dottrina è un arbitrio”. Il Card. Caffarra è stato implacabile assertore dei diritti di Dio e della Chiesa, che si esprime con un servizio effettivo all’uomo e al suo destino soprannaturale: questo l’ha fatto, sarei tentato di dire, nel candore della sua presenza. Esso viene indicato nell’episodio della sua vita infantile. Caffarra, sfuggendo alle cure della mamma con cui andava tutti i giorni alla prima messa della mattina – mi pare alle 5 – sgattaiolò, si introdusse nella fila di quanti andavano a fare la Comunione e, tanto era il desiderio di fare la Comunione, che la fece in anticipo rispetto ai tempi prefissati: fu così comunicato una mattina, in una messa comune, senza la preparazione ordinaria. La madre, tra l’irritato e il desolato, trasmise al parroco il suo disappunto per l’accaduto, ma lo stesso parroco le rispose: “Signora, non ho mai dato in tutta la mia vita la comunione ad una persona che ne fosse più degna”. Questo è stato per me il Cardinal Caffarra, e vi ringrazio di avermi offerto questa opportunità: ho voluto evocarlo nella sua straordinaria capacità di essere, come si diceva una volta, un autentico Uomo di Dio e della Chiesa; e quindi uomo per gli uomini e per il mondo, senza soluzione di continuità contro questa rovinosa volontà di separare, che intorpidisce la presenza Cristiana nel mondo e la rende tanto incomprensibile se non inutile.

* Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

SCARICA PDF

Pin It on Pinterest

Share This