Democrazia avvilita, uno spettacolo penoso

Da La nuova bussola Quotidiana

Lo spettacolo offerto dai leader dei partiti dal 4 marzo è avvilente per tutti i cittadini. La democrazia italiana è avvilita da una classe politica che ogni volta si dice “deve cambiare”, “è stata cambiata”, ma che di fatto si rivela a ogni tornata elettorale peggiore di quella che è stata mandata a casa.

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Le vicende che sono seguite alle ultime elezioni del 4 marzo mostrano tutta la gravità della situazione. Abbiamo assistito a una serie di interventi di personaggi che – tutti sul presupposto di vittorie elettorali il più delle volte inesistenti – esprimono il desiderio di sedersi a Palazzo Chigi e di assumere la funzione di presidente del Consiglio. Una girandola di personaggi chiusi nel loro desiderio di gestire il potere a cui finalmente sono arrivati. Parlo soprattutto delle nuove formazioni politiche che sono quanto di peggio il Paese abbia potuto veder nascere.

Ma aldilà delle intenzioni di governare, i programmi reali, costruiti per rispondere alle esigenze del nostro popolo ha fatto presente attraverso queste elezioni e non soltanto, sono praticamente inesistenti. E il lavoro fra le varie formazioni politiche non è stato anzitutto teso a mettere in evidenza le linee programmatiche che nel concerto del dibattito avrebbero potuto trovare forme di intesa e anche di capacità operative. I programmi non sono stati neanche accennati.

Poi la vicenda si è ancora ulteriormente complicata, c’è stata una singolare liberatoria di tutte le realtà politiche. Chi ha perso le elezioni  – e alcune formazioni le hanno perse in modo indiscutibile – viene di nuovo sollecitato «ad assumere responsabilità di governo». E si è andato avanti un bel pezzo con queste forme in cui si produceva non il pane caldo del buon governo, ma il pane raffermo.

Come cittadino italiano, prima ancora che uomo di Chiesa, mi sono chiesto: «Ma allora la democrazia è una parola vuota? Il popolo è trattato come astrattamente detentore di poteri – quello di darsi un parlamento secondo le elezioni, ad esempio -. Ma poi ciò che la politica persegue veramente non è  la realizzazione di interessi comuni, ma il tentativo di sistemare il più rapidamente possibile  gli appetiti delle varie forze politiche o dei singoli leader delle formazioni politiche.

È uno spettacolo realmente penoso. Al punto da far sorgere il sospetto che forse la fase della cosiddetta democrazia è arrivata a un tale discredito da parte di coloro che dovrebbero esserne gli attori, che è venuto il momento di ripensare, di riformulare completamente forme di partecipazione democratica.

La realtà è questa: a fronte di segnali assolutamente inequivocabili che vengono dalla base del popolo, che nella nostra Costituzione è il soggetto chiamato ad esercitare la pienezza del potere politico in Italia; a fronte di queste esigenze non ci si impegna con una responsabilità non dico adeguata ma neanche iniziale. La politica serve agli appetiti, ai desideri, ai processi, ai progetti dei singoli e dei gruppi, anziché obbedire al popolo e cercare di assecondarlo in maniera positiva in quelle istanze che soprattutto nei momenti elettorali emergono con maggiore o minore chiarezza.

Così ho pensato all’altro elemento di sconcerto che ho provato alle ultime elezioni. Abbiamo visto personaggi anche illustri bocciati in maniera inequivocabile come se fosse stato detto dalla base elettorale “questi non vogliamo neanche più vederli”, nel giro di qualche ora – grazie a un sistema elettorale che lo permette – sono stati riproposti attraverso operazioni che l’uomo comune della strada – e io sono fra quelli – non riesce neanche ad immaginare. Bocciati dal corpo elettorale, rimessi in posizione di responsabilità attraverso operazioni che sembrano di camarille.

Quando la democrazia viene così sistematicamente svuotata di quella che da Platone in poi è stato sempre identificato come il suo compito, cioè quello di sostenere e promuovere la libertà dei singoli e dei gruppi dell’intero arco sociale; quando la politica diventa un gioco dove ci si scambiano le parti,  così che i vincitori sono chiamati a governare come coloro che hanno perduto, o coloro che hanno perduto chiedono a chi ha vinto di avere un’altra possibilità di accesso alla gestione del potere; ebbene, quando ciò accade, si resta avviliti.

La democrazia italiana è avvilita da una classe politica che ogni volta si dice deve cambiare, è stata cambiata, ma che di fatto si rivela a ogni tornata elettorale peggiore di quella che è stata mandata a casa.

Ho sempre in mente quelle lucide lezioni di Dottrina sociale cattolica dove si sottolinea che bisogna guardarsi dalla rabbia della povera gente, perché la rabbia della povera gente è una dinamica nella vita della società che può assumere volti e forme distruttive. Credo che la rabbia del popolo italiano si stia avvicinando pericolosamente all’essere piena. Credo che tutti debbano prendere spunto da quello che sta succedendo per una riflessione critica e per l’individuazione di proposte effettive, concrete, rispondenti ai bisogni reali dei singoli e dei gruppi che compongono la nostra compagine sociale.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

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