Il Lutero storico & il Lutero ideologico

Da Studi Cattolici ed Ares

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IL LUTERO STORICO & IL LUTERO IDEOLOGICO

Il 2017 testé concluso ha visto commemorazioni e studi per il quinto centenario della riforma luterana. Il 31 ottobre del 1517, infatti, Martin Lutero (qui nel celebre ritratto di Lucas Cranach) avrebbe affisso sul portone della cappella del castello di Wittenberg le sue 95 tesi contro le indulgenze. Il condizionale è d’obbligo perché l’episodio è più leggendario che storico: comunque, le 95 tesi ci sono, e dal 1517 si è soliti far partire la riforma. Per la ricorrenza centenaria ci sono stati convegni e studi, alcuni dei quali hanno tentato di presentare Lutero non come eretico qual era, ma come un volenteroso cattolico unicamente pensoso del bene della Chiesa, secondo un’interpretazione ideologica non supportata dalla storia. Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, traccia una sintesi non polemica del revival luterano, e spiega che l’autentico ecumenismo non può consistere nell’eliminazione delle differenze, bensì è a partire dalle differenze che cattolici e protestanti possono misurarsi con i problemi dell’uomo del nostro tempo, collaborando per cercare di risolverli. Senza dimenticare che, per i cattolici, il dialogo non può essere disgiunto dall’evangelizzazione.

L’ inaspettato e, per certi aspetti, imprevedibile rilancio dell’esperienza di Lutero nella Chiesa, se da un lato ripropone la forza dell’ideologia applicata alla vita della Chiesa in alcuni momenti significativi, dall’altro può dare un contributo a una presa di coscienza sempre più concreta e attuale della responsabilità e della missione della Chiesa e dei cristiani nel mondo. Anche scorrendo i vari studi (più apologetici che scientifici) dedicati al revival luterano, ci si rende conto che per quanti tentativi si facciano di presentare la figura e l’opera di Lutero come quella di un riformatore – quindi non di un eretico, non di uno che ha rotto l’unità della realtà ecclesiale, non di uno che ha colpito pubblicamente il papato nella sua identità profonda, non di uno che ha colpito il sistema sacramentale, ma piuttosto di un figlio della Chiesa che, nelle sue intenzioni (ipotizzate e virtuali), avrebbe perseguito la riforma della Chiesa in senso evangelico ovvero in favore di una radicale semplificazione e, quindi, in sostanza di un cattolico – ci si rende conto che questa è stata e rimane un’operazione violentemente ideologica, che risponde a canoni altrettanto ideologici. Io sono d’accordo con la maggior parte degli studi che sono stati pubblicati soprattutto negli ultimi cinquant’anni, e che dimostrano che Lutero ha sostanzialmente trasformato in senso moderno il cattolicesimo, insistendo in maniera esclusiva sull’atto della fede (fides qua) anziché sul contenuto della fede (fides quae), ovvero poggiando tutto ed esclusivamente sulla dimensione soggettiva del credere. La sua fede è stata certamente la fede di un uomo che riteneva che il cattolicesimo dovesse essere abolito nel suo apparato storico e sociale, per essere riportato a un messaggio capace di provocare, per sua natura, la fede: per Lutero, la fede può essere messa in moto solo dalla parola di Dio scritta, che può sollecitare alla consapevolezza di un’elezione divina. Possiamo quindi chiederci: che rimane della fede cattolica nella sua struttura di evento, nell’organicità della sua realtà ecclesiale e sociale? I Sacramenti vengono sostanzialmente e gravissimamente svuotati da ogni valore soprannaturale. Essi sono ridotti a modalità funzionali per rendere più viva l’esperienza del credere e della fede, appiattiti alla sola dimensione antropologica che pure possiederebbero. La fede, per Lutero, è un credere soggettivo, e il contenuto di tale fede soggettiva è il sentimento dell’essere stati salvati; coloro che non sono chiamati a fare questa esperienza (ecco il contesto della definizione rigorosa di predestinazione), coloro che non sono stati predestinati a fare l’esperienza della fede come fede fiduciale e per questo salvifica, sono sostanzialmente condannati all’impossibilità di realizzare pienamente la propria esistenza. Nell’insegnamento luterano, la struttura gerarchica della Chiesa (cominciando dal papato) viene sottoposta a insulti da trivio; il Papa è normalmente definito come l’anticristo; la Chiesa cattolica – nella sua organicità sacramentale – è definita come la Sinagoga di Satana; la Messa cattolica come l’abominio del papismo, al punto che la sua distruzione è per Lutero una condizione sine qua non per un recupero adeguato dell’esperienza religiosa.

LUTERO PERSONAGGIO «MODERNO»

È realmente enigmatico comprendere come tutto questo possa essere professato e, contemporaneamente, come sia ugualmente affermata non solo la pertinenza dell’esperienza luterana alla fede cattolica, ma che questa possibilità sia esemplare per la vita dei cattolici di quei tempi e dei tempi successivi. Egli non vuole essere un cattolico, vuole essere un credente in un messaggio di salvezza formulato in termini rigorosamente «moderni» e radicalmente «diversi»: c’è un messaggio di salvezza individuale, un messaggio che ha come soggetto fondamentale il sentimento della fede. E che non solo prescinde, ma considera inutile sovrastruttura tutto l’impianto dell’organismo cattolico fissato dalla Tradizione, dal Magistero, e in alcuni casi anche direttamente da Cristo. Indubbiamente Lutero, da questo punto di vista, non può definirsi cattolico. Se poi l’alternativa a una fede cattolica è un’eresia (cioè una scelta di valore individuale che si ritiene adeguata e, nonostante la correzione della Chiesa, pertinacemente professata), Lutero è un eretico a tutti gli effetti e credo che non sia possibile superare la posizione che il Concilio di Trento ha assunto su di lui, indicandolo non semplicemente come un eretico, ma un eretico che determina tutto il movimento delle eresie dell’età moderna e contemporanea. Se questi termini sono i termini dell’esperienza religiosa di Lutero è chiaro che è un mondo altro da quello cattolico: è un’altra esperienza, un’altra proposta, è un’altra offerta fatta gli uomini del suo tempo; uomini non animati dalla grande domanda della verità del destino dell’uomo, uomini non animati dall’inesorabile ricerca del senso ultimo della vita, che è sempre oltre ogni capacità umana di leggere e di definire il volto del destino, ma è sostanzialmente un tentativo di placare un’ansia, un’esperienza di sostanziale disperazione, che caratterizza l’esperienza umana e, in primis, quella di Lutero stesso. Ecco allora il senso dell’attribuzione di «moderno» al personaggio di Lutero. L’esperienza umana non è un’apertura al mistero buono e pacificante: l’esperienza umana è una dolorosa e irrisolvibile esperienza di male, di limite, di sofferenza, di incapacità, che sembra non trovare nessuna possibilità adeguata di salvezza: è la disperazione, diremmo romantica, che può condurre «eroicamente» anche al suicidio. Lutero trova la salvezza nel sentimento dell’essere stato salvato: quindi anche la salvezza si ritrova sostanzialmente all’interno di un’esperienza soggettiva privata di oggi oggettività. Lutero aveva certo il diritto di pensarla così. Io credo che ciascuno, soprattutto nella temperie moderna e contemporanea, sia libero di poter dare contenuti e strutture alle proprie convinzioni e anche dare loro la formulazione che ritiene più giusta. In essa è possibile riconoscere anche una certa esperienza religiosa, che in qualche modo si riferisce ancora al cristianesimo avente le caratteristiche dell’esperienza soggettiva luterana; ma questa non è l’esperienza della fede cattolica. L’esperienza della fede cattolica è l’esperienza di una umanità nuova, pienamente realizzata in Gesù Cristo, figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza; vita nuova effusa dallo Spirito Santo nella vita della Chiesa e infusa, attraverso i Sacramenti, nel cuore di coloro che credono. Come pare evidente, poi, da una parte c’è un soggetto che crede sentimentalmente e soggettivamente; dall’altra c’è un popolo, il popolo che il Signore ha chiamato a far parte di un’umanità nuova in Cristo, che non solo fa personalmente l’esperienza di questa novità di vita, approfondendola progressivamente nelle diverse circostanze dell’esistenza, ma soprattutto è teso a comunicarla in modo irresistibile a tutti coloro che incontra.

LA PRETESA DI RISCRIVERE LA STORIA

Da una parte, dunque, una realtà soggettivamente chiusa in sé, che utilizza la parola fede per individuare una particolare esperienza di credito che soggettivamente si dia a una parola scritta in grado di suscitare la fede; dall’altra, l’esperienza di un’umanità nuova, che vive nel popolo del Signore; un’esperienza di novità che matura nella singola persona come nel popolo, e tende a essere comunicata a tutti coloro che vivono accanto a noi. Questo è il formularsi della irriducibilità di Lutero al cattolicesimo e della irriducibilità del cattolicesimo a Lutero. Inoltre, questa verità mi pare sufficientemente approfondita e confermata nelle decisioni del Concilio di Trento che sono irriformabili perché tali sono i giudizi di carattere dogmatico formulati da un Concilio ecumenico legittimamente convocato e concluso dal Papa. Se questa è l’irriducibilità di Lutero al cattolicesimo

e del cattolicesimo a Lutero, il revival luterano esalta «un Lutero che non è mai esistito». Certamente si potrebbe dire che sarebbe stato meglio che Lutero avesse avuto la fisionomia che tanto si vuole dichiarare in queste interpretazioni che non rispettano la verità storica, ma Lutero non è così. E il primo a cui non si fa un buon servizio è Lutero stesso. Carducci potrebbe esprimersi in questi termini: «Ma la storia è quello che è; volerla rifare noi, a nostro senso voler vedere noi come un tema scolastico il gran tema dei secoli e iscrivervi sopra, con cipiglio di maestri, le correzioni e, peggio, cancellar d’un frego di penna le pagine che non ci gustano e, peggio ancora, castigare con la ferula della dialettica nostra e della nostra declamazione un popolo come uno scolaro, o anche tagliargli il capo di netto, quando è tutto vivo, perché non ha fatto come noi intendevamo che fosse il meglio o come noi avremmo voluto che facesse: tutto ciò è arbitrio o ginnastica d’ingegno, ma non è il vero, anzi è il contrario. La storia è quello che è». Esiste anche un altro aspetto che distanzia infinitamente Lutero dal cattolicesimo. Egli non solo riduce soggettivisticamente l’esperienza della fede distruggendo l’organismo liturgico sacramentale della Chiesa, ma consegna la Chiesa ai Prìncipi della nazione tedesca, contribuendo a far nascere una chiesa di Stato vagamente cristiana che contraddice non solo la tensione che la Chiesa cattolica ha avuto sin dalla sua origine, di opporre la sua presenza di evento religioso a qualsiasi formulazione di carattere socio/politico non identificando l’esperienza religiosa come una forza di Stato; ma anche più recentemente nel Concilio Vaticano II nel quale la reciproca autonomia delle realtà religiose e sociopolitiche è ritenuta fondamentale, contrariamente alla visione funzionale dell’esperienza religiosa rispetto ai Prìncipi della nazione tedesca nell’episodio delle violente repressioni contro la ribellione dei contadini insegnata da Lutero. Il revival luterano, però, è un fenomeno interessante perché è un fenomeno ideologico, cioè tende a far passare una ideologia su un Lutero che non è Lutero, contro ogni consistenza storica. Indubbiamente gli uomini delle varie religioni e delle varie esperienze religiose (cattolici, protestanti, coloro che seguono le tante tradizioni orientali) oggi vivono in un contesto nel quale l’esperienza religiosa è sostanzialmente e accanitamente combattuta, anzi tendenzialmente negata. Negata, da una parte, dal fenomeno dell’ateismo, che sostiene un relativismo di carattere ideale e culturale – è l’esito di tutta la grande epopea dell’illuminismo che precipita in una sorta di crisi della ragione e della sua capacità a guidare effettivamente l’esperienza umana – e, dall’altra, dalla crisi teorica dell’Occidente, conseguenza della vittoria del relativismo e del pragmatismo che si coniuga con una mentalità dominante di tipo consumistico e sostanzialmente irrazionale che difende incondizionatamente ogni espressione dei desideri istintivi dell’uomo, riconosciuti come valori, e per questo necessitanti di trovare il loro riconoscimento anche dal punto di vista giuridico e sociale, per ottenere anche pubblico avallo morale. In tutto questo, credo che il cattolicesimo e i cattolici di oggi debbano capire e cominciare a vivere una possibilità di dialogo e di confronto con i luterani: non sul presupposto di una sostanziale equivalenza delle due esperienze, delle due espressioni religiose, ma proprio nella consapevolezza delle differenze. Spero davvero che il cammino ecumenico proceda in modo da arrivare (in un futuro abbastanza prossimo, anche se non credo immediato) al recupero di quello che dovrebbe essere il vero obiettivo dell’ecumenismo che non può prescindere da una vera evangelizzazione. In questo senso, allora, il problema è diverso: è un problema di carattere sociale. Aggrediti dall’ateismo e sostanzialmente combattuti in modo profondo e radicale dalla mentalità ateistica, gli uomini religiosi devono trovare una capacità di dialogo fra di loro, di confronto, di paragone e di collaborazione, per ottenere alcuni obiettivi sociali. Non, dunque, una confusione sull’identità, un superamento fasullo delle differenze, ma la tensione a far nascere, proprio dalle differenze che esistono tra cattolicesimo e protestantesimo e di cui dobbiamo prendere coscienza in modo maturo, una disponibilità a lavorare insieme. Per lavorare insieme non è necessaria una confusione identitaria, anzi, per lavorare insieme è necessario che il lavoro sia l’espressione di identità consapevoli, consapevolmente maturate, consapevolmente vissute.

MISURARSI INSIEME SUI PROBLEMI DELL’UOMO

Perché lavorare insieme? O su che cosa lavorare insieme? Perché nell’esperienza storica che l’uomo sta facendo nella società di oggi, proprio per l’assenza del riferimento religioso, per l’emarginazione che la cultura e la società ateistica fanno dell’esperienza religiosa nel suo aspetto originario, accade che l’esperienza umana sia disgregata. Possibile che l’uomo si opponga a Dio? Sostituisca a Dio altri princìpi di conoscenza e di azione? Come ci ha insegnato a più riprese, nei suoi fondamentali studi di carattere filosofico-teologico, il padre De Lubac, ogni rifiuto dell’esperienza religiosa viene pagato con la disgregazione dell’uomo: l’uomo senza Dio è un uomo sostanzialmente incomprensibile a sé stesso (come dice il n. 10 della Redemptor Hominis: «L’uomo rimane a sé stesso un essere in

comprensibile, la sua vita è priva di senso, se non incontra Gesù Cristo»). Questo è l’àmbito comune di lavoro. Credo che ci siano vasti campi di lavoro comune fra aderenti a formulazioni religiose diverse. Credo che, soprattutto oggi, l’esperienza religiosa autentica del cattolicesimo e l’esperienza del luteranesimo, siano chiamate a testimoniare la loro vicinanza all’uomo e al suo problema; noi dobbiamo dimostrare all’uomo che lo accogliamo nel livello profondo della vita, che è la sua domanda sul senso profondo dell’esistenza, la tensione al senso ultimo della vita, e che in questo noi affermiamo l’irriducibilità dell’uomo a qualsiasi formulazione ideologica, scientifica e tecnica: «L’uomo supera infinitamente l’uomo», secondo l’espressione di Pascal. Aiutarsi nella varietà delle formulazioni religiose a mettere al centro la persona umana, il suo mistero, la sua tensione a conoscere il senso ultimo dell’esistenza, cioè incontrarsi con Dio, e rapportarsi in modo adeguato al mistero di Dio. Questo spazio amplissimo di dialogo e di confronto, di approfondimento teorico e pratico delle conoscenze scientifiche e umane, questo costituisce il bello di questo mondo. La società, oggi, ha bisogno che gente di culture diverse sappia incontrarsi e lavorare per un destino dell’uomo più buono, più vero, meno contraddetto dalle forze meccaniche del capitale o dalle forze meccaniche della scienza e della tecnica. E, per realizzare questo spazio, non solo non c’è bisogno ma è negativa una riduzione della propria originalità teorica: sono un autentico cattolicesimo e un autentico luteranesimo a prendere il proprio posto in questo dialogo, come è un’autentica esperienza delle varie formulazioni religiose a consentire agli uomini religiosi di prendere il loro posto nel dialogo. Non è quindi necessario ricostruire in maniera artificiosa un’immagine di Lutero considerato non eretico ma riformatore; non è necessaria una simile operazione ideologica per favorire il lavoro comune. D’altra parte, il lavoro comune non cresce eliminando le differenze fra le varie posizioni religiose, ma può crescere proprio perché esistono delle differenze fra le posizioni religiose. L’apporto che Papa Francesco ha dato al dialogo interecumenico e interreligioso non può essere vissuto nel senso della eliminazione delle differenze, ma nel senso di richiamare le differenze a misurarsi con i problemi dell’uomo del nostro tempo e della società contemporanea, perché ciascuno possa dare la sua collaborazione precisa e qualificata. Quanto a noi cattolici, l’unico modo di parificare cattolicesimo e luteranesimo sarebbe affermare il fatto che Dio si è rivelato pienamente e compiutamente in Gesù Cristo che si è consegnato nella Chiesa cattolica.

 

* + Luigi Negri Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

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