OMELIA 15 NOVEMBRE 2015 – GIORNATA DEL RINGRAZIAMENTO –  CATTEDRALE DI FERRARA

 

Lo scorrere della vita della Chiesa, come della vita di ogni cristiano, si iscrive dentro la certezza della prima venuta del Signore – che ha coinvolto l’uomo e la storia nella Redenzione, nella vita nuova – e della seconda e definitiva venuta, quando Cristo tornerà, come ci ha ricordato la liturgia della Parola che abbiamo appena pronunciato, in veste di giudice, Signore della storia, della vita e della morte.
Queste due grandi certezze incombono sulla vita dell’uomo ma in maniera pacificante, ricostruttiva, non come fonte di pericoli, di paure o di minacce. In questo spazio tocca al lavoro dell’uomo distendere un’esperienza di positività e di costruttività dentro la realtà che, nella sua origine e nel suo fine, è segnata dalla presenza del Signore Gesù Cristo.
Il lavoro costituisce, dunque, la modalità specifica con cui l’uomo interviene nella realtà naturale, umana, storica, e dà il suo contributo al benessere della vita sociale e della tradizione sociale della Chiesa, identificato con il termine «bene comune».
In partricolare il lavoro della terra è stato certamente un’emergenza straordinariamente positiva, perché nei secoli, e forse si potrebbe dire -senza timore di sbagliare- nei millenni, fosse custodita ed espressa l’antropologia sana della ragione e della fede.
Si tratta di quell’antropologia che impedisce all’uomo di sentirsi padrone del mondo e quindi di stare di fronte alla realtà semplicemente come uno chiamato a possedere e a manipolare. Il contadino, infatti, sa che la terra non è sua, nel senso profondo della parola, perché la terra gli offre il volto del Signore Iddio, da lui la riceve, si inoltra in essa, la manipola non per la possessività ma per il bene, affinché dia il suo frutto e il frutto della terra sia non solo per chi la possiede ma per tutti coloro che vi potranno attingere il proprio sostentamento e il sostentamento della società.
Qui non si tratta, come spesso si pensa, di avere una nostalgia del passato, ma si di aver chiaro che esistono questioni di fondo, di carattere antropologico, che stanno subendo uno spaventoso attacco e, perciò, occorre un ripensamento critico. Il ripensamento sul lavoro della terra è essenziale per recuperare l’immagine buona dell’uomo che oggi, al contrario, vuol possedere, distruggere e organizzare la verità come se fosse una serie di oggetti che la sua intelligenza, la scienza e la tecnica manipolano. Bisogna pertanto recuperare l’uomo che si pone al servizio, con tutta la sua intelligenza, la sua capacità, la sua costruttività, di una realtà che lo precede e lo supera. Il contadino, infatti, sa che il suo lavoro non si esaurisce col tempo della sua vita, mentre l’uomo possessore della realtà a livello tecnologico-scientifico può anche pensare che – nel momento in cui egli scompare dalla scena di questo mondo, perché tutta la sua scienza e la sua tecnica non gli hanno impedito che la fine della vita sia uno scomparire – tutto ciò che egli ha fatto non esiste più.
Nessun contadino, nei millenni che ci hanno preceduto, ha pensato che lo spazio della sua vita fosse ristretto a lui, anzi, lo spazio della sua vita e del suo lavoro si apriva al mistero del Signore, verso di esso procedeva e si esprimeva come solidarietà verso la società.
Di questo siete stati custodi ed è un onore. Di questo continuate ad essere custodi in situazioni talora difficilissime per i gravissimi errori che sono stati fatti nella vita della agricoltura che non tocca a me evidenziare, perché sono fin troppo evidenti.
Tocca dunque a voi non soltanto custodire ma entrare in un dialogo aperto che si deve ormai instaurare nella vita della nostra società perché ciascuno dia il proprio contributo alla creazione, come diceva il Santo Padre Francesco nel suo intervento al recente convegno di Firenze, ovvero perché ciascuno possa dare il proprio contributo originale e positivo alla creazione di una società più umana.
Voi siete i custodi di una grande tradizione antropologica, vorrei dire, prima che economica e sociale, che è stato il vanto e la ricchezza della civiltà occidentale.
Nulla come l’agricoltura ha aiutato a percepire il dramma profondo della cultura e della società europea che si sono andate formulando dal VI-VII secolo fino alla pienezza del secolo XIV. Nessun punto di vista è più adeguato dell’agricoltura per la comprensione dell’enigma della storia dell’occidente.
Vi auguro e mi auguro, per l’intera società di cui facciamo parte, che sappiate formulare in modo nuovo ed attuale la grande tradizione di cui siete figli per dare un contributo significativo al superamento di questa follia soggettivistica, economicistica, consumista che sta vivendo la sua fine e la sta vivendo nel sangue di povera gente innocente che viene versato nei più svariati paesi del mondo e che dicono una cosa sola: Dio alla fine perdonerà tutto, ma la storia non perdona, perché la storia giudica secondo la ragione e la verità.
Una società che ha estraniato dalla propria vita sia la verità che il mistero della tradizione cristiana, è una società che non può se non risorgere dalle rovine che essa stessa ha creato. Così sia.

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