“Arrendersi al pensiero dominante?”

Da Opportune et importune

Il Papa emerito, Benedetto XVI, ha inviato a un convegno della Conferenza episcopale polacca – dedicato ai suoi 90 anni – un testo che ha come tema lo Stato, la vita sociale, la Chiesa: «Il tema scelto porta autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro Continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici, conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle». Ci troviamo di fronte a un insegnamento imponente: in poche righe Benedetto ha sintetizzato una visione della storia, della cultura e della Chiesa di straordinaria profondità ed efficacia.

La prima osservazione è di carattere storico: il cattolicesimo ha due pressioni oggettive che soltanto irresponsabilità e ignoranza possono sottovalutare o addirittura negare. Da una parte vi è la pressione esercitata da ciò che rimane della cultura post-illuminista o post-razionalista, cultura che ha segnato le più grandi tragedie dell’Occidente e non solo, e una cultura che, sostanzialmente, si è bene accordata con la mentalità dominante, quindi inerte di fronte all’anticattolicesimo che pervade la cultura di questo decennio.

Essa ha più paura della Chiesa che dell’islàm! È una cultura piena di complessi, che si limita a declinare qua e là qualche spunto per correttezze metodologiche nell’affronto dei problemi. Dall’altra parte riconosciamo la pressione che Benedetto ha l’onestà intellettuale e il coraggio di indicare: esiste oggi un’innegabile pressione dell’islàm, che offre/impone una visione dello Stato e della società assolutamente integralistica, ove la religiosità islamica costituisce la sostanza della vita culturale e sociale. Sotto questa duplice pressione l’Occidente si sta in qualche modo rassegnando a due realtà terribili: da un lato ci troviamo di fronte a un attacco permanente e fisico alla presenza cristiana; l’enorme massa di martiri nelle più diverse situazioni del mondo è lì a testimoniarci che il fondo più profondo della mentalità dominante è l’anticattolicesimo. Dall’altro, un’accettazione dell’idea che non si possa intervenire in maniera creativa nella vita sociale, proponendo una visione organica e quindi alternativa a questa società.

La Chiesa rischia di essere bloccata da un atteggiamento di carattere moralistico, pietistico, che non va mai al fondo delle questioni culturali e si limita a rubricare i limiti morali dei cristiani – soprattutto dei cristiani, perché gli altri sono tutti buoni – e sembra paradossalmente che siano i cristiani il punto più negativo della vita della società di oggi! Da questa superficiale analisi di carattere moralistico e pietistico, discende un generico assistenzialismo nei confronti di coloro che in questa società soffrono di reali, ingiustificate e ingiustificabili, posizioni di emarginazione e d’ingiustizia. È un’altra, invece, la posizione che la Chiesa ha assunto coerentemente lungo i duemila anni della sua storia: una presenza carica di capacità di giudizio, che ha sempre individuato in qualsiasi forma di assolutismo (ideologico, filosofico, morale, politico) un grande nemico: il nemico è l’idolo, che si fa Dio.

La Chiesa ha sempre detto che è la presenza di Cristo, l’unica, a dare senso al cammino della vita umana, personale e sociale. Questo è il primo contributo che noi cristiani dobbiamo porre dentro la vita sociale. La modalità con cui questo nostro contributo troverà spazi, modi, tempi, per incidere non dipende soltanto dal nostro tentativo: dipende soprattutto dalla Grazia di Cristo e anche dalle circostanze storiche. Ma è indubbio che c’è un abisso fra chi indica, come il Papa emerito, la strada di una presenza evangelizzatrice, e quanti, invece, vorrebbero ridurre la presenza della Chiesa a mero assistenzialismo che accetta (senza mettere in discussione nulla) l’andamento di questo momento, per certi aspetti terribile, della vita sociale.

È stato giustamente detto, all’inizio del pontificato di Francesco, che uno dei pericoli era il pensiero unico dominante e fu una denuncia coraggiosa; ma io mi permetterei di chiedere a tante autorità ecclesiastiche se oggi la Chiesa contesti vigorosamente il pensiero dominante, oppure se, sostanzialmente, non abbia accettato, dal pensiero unico, un piccolo spazio in cui vivere la sua avventura assistenzialistica. Ai giovani è chiesto di osare l’impossibile e la Chiesa non può che guardare con speranza a tutti i giovani augurandosi che essi siano liberi dal qualunquismo che spesso caratterizza il modo di affrontare i temi del mondo giovanile. Rileggiamo in questa prospettiva il prossimo Sinodo dei Vescovi sui giovani, perché sia proposta di autentica novità dell’incontro e valorizzazione delle esperienze di missione e di cultura nuova.

* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

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