Non “ecclesialese” bensì “ecclesiale”: la novità dell’essere cristiano

Da Studi Cattolici

Mi sembra che in modo corretto e soprattutto preoccupato per la chiesa, io abbia insistito negli ultimi mesi – soprattutto con il contesto ecclesiastico – a recuperare una gerarchia, ecclesialmente più corretta e chiara, degli interventi, magisteriali o personali, di quanti si esprimono pubblicamente. La preoccupazione fondamentale della Chiesa e quindi delle sue membra – cioè di tutti i battezzati e non solo della gerarchia- è e deve essere l’evangelizzazione: quel riaprire il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo che ci è stato prima testimoniato – che non insegnato – da san Giovanni Paolo II.

Riaprire il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, significa innanzitutto avere coscienza della unicità assoluta ed innegabile del mistero di Cristo presente e vivo nella Sua Chiesa. È infatti nella Chiesa, che lui stesso ha fondato, che si perpetua nella storia, come unica possibilità, la salvezza per l’uomo e per il mondo. Di questo, nella Chiesa, non si può e non di deve discutere perché non è una opinione ma è il cuore stesso della nostra identità e specificità. Ed è davanti a questa coscienza – circa chi siamo e quale sia il nostro compito – che deve essere verificato il nostro agire ecclesiale.

Sembra invece che la Chiesa, che si manifesta necessariamente nella storia attraverso strutture ed organizzazioni, sia divenuta una realtà sociale tra le tante e come tante. In essa, al suo interno, convivono e si combattono le diverse opinioni che riguardano la sua identità e la sua essenza. Per questo imploriamo quotidianamente lo Spirito perché aiuti i cristiani a entrare realmente nel cuore del mistero della Chiesa ed a vivere con forza e con letizia questa identità nuova che ci viene donata, ci precede e che quindi deve essere accolta, difesa, tutelata e poi testimoniata al mondo fino ai suoi estremi confini, così come ci è stata data.

Questa missione implica certamente la necessità di conoscere la condizione umana del mondo di oggi e quindi non può prescindere dall’ articolarsi nelle dimensioni fondamentali della cultura e della carità, ma non può rischiare di diventare una loro declinazione. È soltanto la certezza della presenza di Cristo, in noi e fra di noi, che apre il nostro cuore ai bisogni e alle necessità degli uomini di oggi facendoci correre il rischio di una carità che deve sempre di nuovo accadere. La Fede si fa cultura e si esprime in carità per testimoniare al mondo la Verità e la Bellezza della Presenza di Cristo e della nostra appartenenza a Lui. In questo senso, la specificità dell’approccio cristiano è il suo esatto contrario: il cristianesimo legge il reale – con la sua bellezza e i suoi problemi – sempre attraverso il criterio della fede, e così rende possibile poi quella intensa condivisione che i cristiani vivono nei confronti degli uomini e della società. È un compito questo della fede che si traduce in capacità missionaria raccogliendo l’essenza propria del messaggio di Cristo: mi sarete testimoni fino agli estremi confini del mondo.

Appartenere alla Santa Chiesa significa accogliere la novità di Cristo che cambia il nostro cuore e la nostra vita, per poi essere nel mondo fattori di libertà, di verità e di pace in ogni momento della nostra vita. Tutto ciò che non dice al mondo questa nostra novità specifica e trasformante che trova in Cristo la sua origine e il suo fine, è un dire accondiscendete e non trasformante, obbediente al mondo e non santificante, “ecclesialese” e non ecclesiale.

+ Luigi Negri

Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

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