Omelia di Mons. Massimo Camisasca

Cari fratelli e sorelle,

la domanda che Gesù rivolge a Pietro, durante questa mattina sul lago – “Mi ami tu, più di costoro?” (Gv 21,15) – il Signore la rivolge a ciascuno di noi, in tanti e tanti snodi della nostra esistenza. E la rivolge a ciascuno di noi nel momento supremo del passaggio a Dio: “Mi ami, mi hai amato più di costoro?”.

Ripenso in queste ore alla persona di Franco, che mi è stata molto familiare negli anni Sessanta. Poi ci siamo lasciati per le vicende della vita, ma non ci siamo mai persi di vista. La sua persona è poi tornata a me molto vicina a motivo dell’ingresso di Lele in seminario, e vicinissima poi in questi ultimi anni. Pensando a lui mi è venuta alla mente proprio questa domanda (non sapevo che ci sarebbe stato questo Vangelo!). Franco è una persona che ha amato Cristo più di se stesso, che ha amato la Chiesa più di se stesso, che ha amato il Movimento più di se stesso, che ha amato la sua famiglia più di se stesso.

Innanzitutto ha amato Cristo più di se stesso: è evidente che tutte le vicende dure dell’esistenza (che certamente la lontananza del tempo stempera, ma non cancella), urgono in noi un radicamento sempre più profondo: “Per che cosa vivo? Per chi vivo? Per che cosa muoio? Per chi muoio?”. E alla fine, non attraverso la cancellazione dei volti, ma nella trasparenza dei volti, dei volti rimasti e dei volti che se ne sono andati (se ne sono andati verso il Cielo, se ne sono andati perché la nostra memoria ormai è quella che è, o se ne sono andati perché sono andati lontano verso altre vie) – ebbene, nella trasparenza dei volti vicini e lontani, soltanto la luce di Cristo permette a noi di dire: “Sì, tutto è raccolto, tutto è compiuto (cf. Gv 19,30), tutto trova il suo posto giusto, anche attraverso il sangue e la carne”.

Franco ha amato la Chiesa più di se stesso. E questo lo posso dire avendo vissuto con lui i difficili anni Sessanta e Settanta, quando il nome di Cristo ancora si poteva tollerare, ma quello della Chiesa no. Franco non ha mai separato la Chiesa da Cristo e Cristo dalla Chiesa. Ha avuto sempre una percezione profonda della Chiesa come Corpo di Cristo (cf. Ef 4,12), a cui appartenevano tutti, poveri e ricchi, innocenti e infedeli, vicini e lontani, giovani e vecchi: tutti. E ha lavorato e lottato per l’unità della Chiesa.

Lo stesso si può dire del Movimento: ha amato il Movimento più di se stesso. Questo è stato visibile nel trascorre delle diverse stagioni della vita del Movimento, a cui egli ha partecipato con responsabilità diverse, con evidenze di figura diverse. Egli, lo posso dire con certezza, non ha mai preso le distanze da nessuno, neanche da chi, talvolta, ha provocato a lui delle difficoltà, financo dei dolori profondi. Ha sempre amato e perdonato.

E infine ha amato la sua famiglia più di se stesso. Anche qui si vedeva la grandezza della sua statura: l’amore per sua moglie, per i suoi figli, con quella discrezione ed eleganza che ha sempre contraddistinto la sua persona, che non amava mettersi in mostra e che, nello stesso tempo, non accettava una riduzione del proprio profilo di credente e di uomo appassionato.     

Franco è stato un grande educatore. Lo ha dimostrato negli anni di GS, poi negli inizi di CL, poi nella creazione delle scuole. Si può dire, soprattutto, che egli è stato un appassionato dei giovani, ai quali voleva trasmette, con il fuoco della proprio competenza e dei propri studi, ma anche con il fuoco del proprio amore per le nuove generazioni, ciò che aveva imparato man mano, di anno in anno, scrivendo, rettificando, purificando e riscoprendo. Quanto abbiamo bisogno oggi di questo, di figure così: che egli ci ottenga questo dono dal Cielo! Educatori appassionati, insegnanti infuocati ed equilibrati, capaci di perdere se stessi per trasmettere ciò che a loro è stato donato.

Franco è stato un traghettatore, di generazione in generazione. Certamente quest’opera di traghettamento l’ha vissuta in modo eminente alla fine degli anni Sessanta, quando ciò che restava del Movimento era poca cosa e, assieme a don Negri e a don Re – entrambi qui presenti oggi – ha costituito la triade che ha permesso al mondo giovanile legato a Don Giussani di vivere quotidianamente la continuità con quello che avevano incontrato precedentemente. E questo, ve lo posso dire io, è avvenuto a prezzo di grandi sacrifici, di grandi lotte e attraverso una grande testimonianza di umiltà.

Siamo qui, cari fratelli e sorelle, per rendere grazie a Dio. Veramente nella vita di Franco, come in quella di Isa, abbiamo visto la luce di Dio. La luce di Dio è sempre una luce mattutina o vespertina, piuttosto che una luce di mezzogiorno che ci abbaglia. La luce di Dio ci può abbagliare in alcuni momenti, ma, quotidianamente, la sua luce è trasversale, chiede l’adesione della nostra libertà, del nostro discernimento, della nostra fede. Da Isa e Franco è venuta continuamente a noi questa luce: luce di pacatezza, luce di valorizzazione, luce di lavoro costante e quotidiano, il più delle volte nascosto; luce di sorriso, luce di comprensione, luce di perdono, luce di fedeltà.

Che cosa grande e bella è questa! In questo modo già abbiamo potuto gustare, nel tempo, l’anticipo della vita definitiva, a cui guardiamo dunque senza paura, seppure con tremore. A cui guardiamo addirittura con speranza, perché abbiamo già visto i segni dell’eterno attraverso il volto e la vita di tanti amici. Sia lodato Gesù Cristo.

Intervento di Mons. Luigi Negri

Siamo giunti alla fine di questa celebrazione cosi semplice e così intensa, così vera, come è stato Franco davanti a noi, in tanti momenti della sua vita.

Franco ha saputo assumersi le sue responsabilità, senza pietismi, senza vittimismi, senza apparire.  Mi ricordo quel momento in cui sono andato da lui, prima di trasferirmi nella diocesi che mi era stata affidata, e gli ho detto “Franco, io vado. Adesso tocca a te”. Lui mi guardò e mi disse: “Se è così che deve essere io lo faccio, ma tu continua ad aiutarmi”.

Il legame con lui non si è interrotto mai, neanche un istante, pur nella diversità dei momenti, nella varietà dei luoghi, nella diversità dei compiti a cui la mia ingenuità mi ha aperto – senza nessun mio desiderio – nella varierà dei momenti della vita questo legame non dico che non si sia spezzato, ma non si è neppure attenuato.

Quando l’ho visto, qualche giorno fa, come si diceva una volta quando si aveva il senso delle parole, già fissato nella sacralità della morte – perché la morte rende sacra la vita – mi sono sentito di dirgli: “Hai combattuto la buona battaglia, hai conservato la fede, non solo per te, ma per tutte le generazioni a cui hai atteso ogni giorno come un autentico padre”. Sono questi figli, Franco carissimo, che oggi si stringono a te e professano, nella devozione a te, l’amore al Signore Gesù Cristo e a quella grande vocazione alla fede che rende piena la vita. E così sia.

Ringraziameti di Lele Silanos

Desidero, anche a nome di Maria e Lia, ringraziarvi per la vicinanza di questi giorni, in particolare voi che siete qui presenti, parenti e amici. Ringrazio le autorità presenti, in particolare l’Osvaldo, la Paola, il Gigi. Ringrazio soprattutto don Luigi e don Massimo, e tutti i preti che oggi hanno concelebrato con noi, in particolare il parroco don Giorgio e monsignor Livetti, don Piero Re e tutti i miei fratelli (c’è chi è arrivato dalla Spagna apposta). Grazie alle mie sorelle Missionarie, alla Superiora e alle consorelle, che hanno fatto il sacrificio di essere qua. Grazie al coro, che anche oggi ci ha aiutato a pregare, a salutare il Franco, come già aveva fatto con Isa.

E poi concedetemi tre “grazie particolari”. Il primo a Isabel, Carmen e Maria, che sono le tre persone che si prese cura di Franco in questi mesi, con grande carità, una carità da figli e che ci hanno insegnato tanto. E grazie alle mie due sorelle Maria e Lia che in questi mesi hanno accompagnato Franco più di quanto potessi fare io.

E poi un grazie a Franco, a mio padre.

Un paio di anni fa ho letto un’intervista a un regista famoso, Paolo Sorrentino (quello de “La grande bellezza”) che diceva così: “Tutto quello che faccio è un tentativo di conoscere mio padre nella deprimente consapevolezza che non ce la farò mai”[1]. E questo perché lui è orfano da quando era piccolo. Ecco, dice una cosa vera, perché tutta la vita dell’uomo è un cammino per conoscere il padre, perché il padre è colui che ti dice chi sei, ti dà il tuo nome, ti dice la tua origine, da dove vieni; e poi ti indica uno scopo e una strada per raggiungerlo, ti educa alla bellezza, ma anche alla difficoltà della vita. Tutta la vita è, allora, una lenta scoperta di essere figli. L’alternativa, è vivere da orfani.

Ecco, il cristiano è colui che sa di essere figlio, perché conosce il Padre, con la “p” maiuscola. E da questo nasce la certezza con cui affronta la vita: dal suo essere figlio nasce la passione per conoscere la realtà, nasce la sua creatività, il coraggio con cui giudica la realtà; è grazie al suo essere figlio che diventa capace di essere a suo volta padre, educatore, costruttore positivo dentro la società degli uomini. E tutto fa per compiacere il Padre, per rendere gloria al Padre.

Ecco, il Franco era, in questo senso, un cristiano, un figlio. E lo è stato fino alla fine. Ha vissuto fino alla fine per compiacere il Padre. Guardandolo in questi ultimi anni, ho capito di più perché Gesù dice che bisogna tornare come bambini: vuole dire che bisogna essere sempre di più figli, totalmente abbandonati all’abbraccio del Padre.

E anche la sua morte l’ha vissuta per rendere gloria al Padre. Per questo mi colpiscono le parole del Vangelo di oggi: “Quando eri giovane andavi dove volevi, quando sarai vecchio saranno altri a portarti dove non vuoi. Questo gli disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E aggiunse: seguimi”.

Questo ha fatto il Franco: ha seguito, in modo docile e abbandonato, ha seguito quello che Cristo gli chiedeva, perché non solo la sua vita, ma anche la sua morte rendesse gloria a Dio.

E se alla morte della Isa avevamo qualche dubbio sul Disegno di Dio – non capivamo perché avesse deciso di toglierla al Franco – oggi tutto è diventato chiaro: ci rendiamo conto che “tutto è dove deve essere e va dove deve andare: al luogo assegnato da una sapienza che – il Cielo sia lodato – non è la nostra.”


[1] Paolo Sorrentino, su Il Corriere della sera di domenica 9 giugno 2013, p. 17, “E’ lo squallore che mi commuove”, Intervista di Alessandro Piperno dopo l’uscita del film “La grande bellezza”.

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