Settimana Santa – aprile 2021

 

Meditazione di Mons. Luigi NEGRI

 

Il Giovedì Santo rinnova nel nostro cuore la gratitudine per la compagnia che Dio fa all’uomo e che non viene messa in discussione da niente, meno che mai dai peccati dell’uomo. È una Presenza che ci circonda, anzi, che ci “fascia”, come ha detto Sant’Agostino commentando il salmo 146, secondo un’espressione che io ho scoperto o, meglio, riscoperto poco tempo fa: «Il Signore vi raddrizzerà, fascerà le vostre fratture».

E aggiunge: «alla pienezza di salute non si arriverebbe se prima non fossimo stati fasciati». Il Signore ci fascia con la sua Presenza e in questo accettare di essere fasciati da Lui sta l’essenza della fede; non nel compiere chissà quali gesti per Cristo, come potremmo erroneamente immaginare. Il Signore è Uno che ci stringe, che ci circonda, che ci “fascia” tutti. Questo accettare di essere “fasciati” da un Altro è una grande forza che ci investe solo se noi ci lasciamo afferrare da Lui, ci lasciamo circondare.

Il Giovedì Santo ci propone il senso di questo essere “fasciati”. La fede è la cosa più semplice della vita e non esige particolari capacità di comprensione, in quanto non sono necessarie, da parte nostra, particolari penetrazioni logiche del Mistero che ci sta “fasciando”. Il Giovedì Santo è il giorno in cui ci arrendiamo alla sua Presenza.

La fede, che si rivela nei cuori degli uomini attraverso il Giovedì Santo, è semplice come l’acqua che sgorga da una fonte, come l’acqua che irrompe nella nostra vita senza che noi ce lo aspettiamo. Eppure, da quell’istante in poi, quest’acqua sostiene la nostra vita, sostiene la nostra esistenza, rende bella la nostra vita. È, infatti, la Presenza di Dio che rende bella la vita.

Il vertice di questa Presenza, che rende bella la vita, è l’Eucarestia, della cui istituzione si fa memoria proprio nel Giovedì Santo. Il dono dell’Eucarestia, cioè la Presenza del corpo e del sangue del Signore, al di là di tutto – al di là di tutto il bene che uno può presumere di aver fatto o di tutto il male che amaramente prende coscienza di aver fatto –, è una Presenza inestirpabile. L’uomo non può pensare a nessuna situazione nella quale questa Presenza possa essere estirpata.

Egli solo è. Nel Giovedì Santo questo “essere solo” del Signore diventa miracolo e dono per la nostra vita: miracolo di una Presenza che non se ne va, perché è fedele oltre tutto; dono perché dono dell’Eucarestia, cioè della Presenza del Signore nel pane e nel vino che sono il testamento mirabile del suo esserci per noi. Infatti, secondo l’immagine evocata del Signore che ci fascia, Agostino dice: «cosa sono queste fasciature? Sono i sacramenti».

meditazione giovedì santo

Per questo il Giovedì Santo ci rende forti, forti nella forza di Dio. Ciò che accade in questo giorno ci fa capire che anche noi siamo chiamati a partecipare alla forza di Dio e che possiamo parteciparvi soltanto se abbiamo l’umiltà di dire, come per secoli la Chiesa non si è mai stancata di ripetere, nella preghiera più antica e più bella della tradizione cristiana, «Maranatha!», «Vieni, Signore Gesù!».

La vita si carica certamente di tante vicende. Quando ci sorprendiamo, ogni tanto, a prendere coscienza della nostra esistenza, così come si muove, secondo lo scandire del tempo, noi ci arrestiamo, nei momenti di consapevolezza, di fronte alle tante cose buone che il Signore ci regala, delle quali a volte neanche ce ne accorgiamo, oppure di fronte a tutta la negazione che viene dalla nostra vita che, in qualche modo, pretende di impostare l’esistenza senza di Lui.

E, allora, noi facciamo esperienza di questo: del volto buono della nostra vita e del volto della nostra vita che nega la sua Presenza. Tuttavia, nel dono dell’Eucarestia il Signore ci dice che noi viviamo circondati, “fasciati”, da una Presenza che nessuno riuscirà mai a disarticolare dalla nostra vita e, quindi, che noi viviamo permanentemente dentro questo abbraccio che rende la nostra vita una compagnia.

Nel dono dell’Eucarestia, il Giovedì Santo ci ricorda che la nostra vita diviene una compagnia, non un fare, non un preoccuparsi di questo o di quello, non un pretendere di sapere leggere le esigenze profonde dell’umanità presumendo di sapervi rispondere.

La fede è semplicemente riconoscere che il Signore è all’opera nella nostra esistenza e, al di là di tutto, il Signore ci cambia. Dobbiamo, semplicemente, accettare di essere cambiati da Lui e non tentare, invece, di immaginare un cambiamento che nasca da noi. Il cambiamento che nasce da noi è una fantasia.

Per questo il Giovedì Santo è proprio anche il momento della grande realtà, del realismo cristiano. Che cosa è la fede? Riconoscere che Dio ci cambia. Di fronte a questo Dio che ci cambia, noi abbiamo una sola grande possibilità, quella di dire: «si, Signore, cambiami!», «vieni, Signore Gesù!».

Questa compagnia che ci “fascia” è una compagnia che ha una concretezza affascinante e semplicissima: la concretezza di un abbraccio che si dà e si riceve, di una mano che si stringe, di un cuore che si sente palpitare accanto al nostro o, meglio, in noi e più profondamente di noi.

Noi, infatti, ci sentiamo investiti, fin dal profondo, dalla sua Vita che ci viene offerta da vivere. E questo è un dono incredibile, è il dono profondo della fede: essere chiamati a vivere la Vita di Dio, perché la Vita di Dio si insedia nella nostra più profondamente della nostra vita quotidiana. Perciò la radice della nostra vita e il suo destino sono segnati: si tratta di rendere presente al mondo la compagnia di Cristo e di testimoniare che questa compagnia è l’unica possibilità di salvezza, data all’uomo per strapparlo dal male.

Occorre ricominciare a vivere secondo la verità, la bellezza e la giustizia di Dio. Una compagnia guidata da Cristo, la guida sapiente, inesorabile e discreta. Sapiente perché Egli sa dove portarci, inesorabile perché non viene meno, discreta perché accade nel segno del Pane e del Vino.

Il Giovedì Santo, giorno dell’Eucarestia, allora, è il giorno in cui noi riconosciamo che la sua Presenza, pane “per” e “della” nostra vita, rende definitivamente lieta l’esistenza.

Egli solo è la fonte della letizia. «Ad Deum qui laetìficat iuventutèm meam» («Al Signore Iddio che rende lieta la mia giovinezza») diceva il sacerdote salendo i gradini dell’altare all’inizio della celebrazione eucaristica e, così, per tutta la Chiesa, dal chierichetto, che magari sapeva a malapena leggere e scrivere, al gruppo di anziani presenti, questa profonda convinzione si faceva carne e sangue.

Questa letizia è possibile semplicemente accettando che Dio sia nella nostra vita, dentro di noi, più di quanto noi siamo presenti a noi stessi.

+ Luigi Negri

 

 

Foto: Giotto – Ultima Cena 1303-1305 ca.-  Cappella Scrovegni – PD

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