Il compagno di seminario e collaboratore ricorda mons. Luigi Negri

 
Wlodzimierz Redzioch intervista don Gabriele Mangiarotti

 

L’ultimo giorno del 2021, all’età di 80 anni, è morto monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio. I funerali si sono svolti il 5 gennaio: prima nel Duomo di Ferrara e successivamente presso il Duomo di Milano. La Santa Messa è stata celebrata dall’arcivescovo Mario Delpini, a concelebrare i funerali erano presenti i vescovi Perego, Camisasca, Martinelli, Mazza e Sanguineti.

Per ricordare la grande figura di mons. Luigi Negri ho incontrato il suo compagno di seminario e successivamente collaboratore, don Gabriele Mangiarotti. Don Mangiarotti, sacerdote dal 1973, di formazione scientifica, si interessa del rapporto tra scienza e fede, ha curato l’edizione del libro “Galileo: mito e realtà”, è presente in Internet con CulturaCattolica.it, (di cui è Redattore responsabile). Attualmente è responsabile dell’Ufficio di Pastorale scolastica e della Cultura nella Diocesi di San Marino-Montefeltro.

 

Wlodzimierz Redzioch

– Non si può capire la persona di mons. Negri senza ricordare don Giussani, il movimento Gioventù Studentesca, successivamente il movimento Comunione e Liberazione…

Don Gabriele Mangiarotti

– Bisogna ricordare che negli anni 50, quando nasceva GS, poi divenuta CL, la fede della gente era legata alle tradizioni religiose ma non aveva forza di toccare i cuori delle persone, particolarmente i giovani. Una volta don Giussani, viaggiando in treno da Rimini, parlando con alcuni giovani presenti, si accorse che le parole cristiane non avevano per loro nessun significato. Sentì l’urgenza di far rinascere la fede nella gioventù. Questo portò don Giussani ad insegnare religione in uno dei più importanti e prestigiosi licei classici di Milano “il Berchet” che era anche un ambiente completamente laico. Lo colpì il fatto che non si notava la presenza dei cattolici, mentre gli studenti comunisti erano ben organizzati. Invitava i giovani a sperimentare quello che poi, con una frase indimenticabile di s. Giovanni Paolo II divenne il leit motiv di Mons. Negri: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Invitava i ragazzi credenti a mostrare anche pubblicamente la fede. Quando durante una delle assemblee studentesche dominate dai comunisti uno di loro prese la parola dicendo “Noi cattolici…”, si rese conto che la fede poteva entrare in confronto con la realtà del mondo, particolarmente la realtà giovanile, che i ragazzi potevano riscoprire la fierezza di essere credenti e che la fede era un’esperienza affascinante ed entusiasmante, che dava le risposte a tutte le domande dell’uomo. Nella situazione in cui il mondo si stava progressivamente scristianizzando e il mondo giovanile si stava allontanando dalla concezione di vita cristiana, l’irrompere della certezza che la fede esaltava l’uomo, e che non era un’esperienza contradittoria con la ragione ma era il compiersi della ragione, costituì la novità e l’attrattiva della proposta del Movimento. In molti giovani esisteva la tradizione cristiana e don Giussani chiedeva a quei giovani di verificare l’esperienza della fede per vederne la capacità di dare risposte alle domande più profonde e per riscoprire che il cristianesimo esaltava l’umano. Uno di questi giovani incontrati da don Giussani era Luigi Negri.

 

Wlodzimierz Redzioch

– In questa atmosfera il giovane Negri riscopre non soltanto la sua fede ma anche la vocazione sacerdotale: entra nel seminario e nel 1972 viene ordinato sacerdote. I ventisette anni del suo sacerdozio coincidono con il pontificato di Giovanni Paolo II. Chi era per don Negri il Papa venuto dal Paese comunista che era la Polonia?

Don Gabriele Mangiarotti

– Don Giussani disse una volta: “Siamo partiti affermando Cristo, il punto chiave di volta della realtà”. Quando Giovanni Paolo II si presenta con sue parole “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo” e dopo con la sua Enciclica “Redemptor Hominis”, don Negri, come d’altronde tutti noi di CL, si riconosce in sintonia profonda con il Papa. Una volta Giovanni Paolo II in un incontro con i membri del movimento disse: “Il vostro modo di affrontare la vita è molto simile al mio, anzi posso dire che è lo stesso”. Il Papa voleva un cristianesimo non impaurito della vita. Con lui ci siamo sentiti accolti ad abbracciati da una paternità reale, non sentimentale, ma affascinante ed intelligente. La famosa frase del Papa rivolta ai giovani: “Fate della vostra vita un autentico e personale capolavoro” rifletteva in qualche modo quello che il movimento ha voluto dire alla gente. Don Negri ha amato con ardore e intelligenza il magistero e la figura di Giovanni Paolo II, aiutando tutti noi ad imparare dal suo insegnamento, soprattutto in questi tempi drammatici. Molti dei suoi testi ci hanno aiutato a comprendere con intelligenza quanto questo grande papa insegnava alla Chiesa. Quante volte l’ho sentito citare quel passo straordinario della Redemptor Hominis: «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo – non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere – deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo.»

 

Wlodzimierz Redzioch

– Mons. Negri ha voluto organizzare a San Marino l’Istituto che porta il nome di Giovanni Paolo II. Con quale scopo?

Don Gabriele Mangiarotti

– Mons. Negri era molto sensibile ai problemi sociali e alla dottrina sociale cristiana, al punto di essere tra i fondatori, con il compianto mons. Manfredini, mons. Giacomo Biffi, mons. Saldarini, mons. Moreira Neves, mons. Tomko, mons. Sepe e mons. Marra, di un comitato promotore dei Convegni per il Magistero pontificio, che ha organizzato una decina di convegni sui punti più rilevanti del magistero di Wojtyła. E si sa che Giovanni Paolo II ha dato un grande contributo nello sviluppo di tale dottrina. L’Istituto serve per mostrare la fecondità del giudizio della fede alle problematiche umane, sulla cultura, sull’economia, sulla politica, sulla difesa della vita.

 

Wlodzimierz Redzioch

– Qualche settimana prima di morire Giovanni Paolo II nominò mons. Negri vescovo di San Marino-Montefeltro, invece nel 2012 Benedetto XVI lo trasferì alla sede arcivescovile di Ferrara-Comacchio. Qual è l’eredità di mons. Negri vescovo?

Don Gabriele Mangiarotti

– Quando mons. Negri fu nominato vescovo di San Marino ha voluto impostare una Chiesa capace di essere protagonista della storia, quindi entrare nel dialogo e confronto sulle problematiche umane, sulla situazione del lavoro, sulle varie povertà presenti nel territorio della diocesi. Aveva anche l’attenzione particolarissima ai giovani e alla loro educazione. Si è messo in dialogo con le varie sensibilità ecclesiali presenti ed è entrato in dialogo con tutti i temi più importanti di una diocesi che aveva anche a che fare con una antica repubblica, San Marino, che ha come fondatore e patrono un santo. Voleva valorizzare il passato, quello che c’era già in diocesi senza fare piazza pulita. Da vescovo è stato un vero padre, spesso brusco ma aperto al dialogo. Ha fatto un lavoro straordinario con i giovani. Ha rivitalizzato il Museo come luogo della scoperta delle proprie radici e l’identità.

 

Wlodzimierz Redzioch

– Ho letto una frase di mons. Negri che mi ha colpito molto: “La missione è la sfida della fede al mondo e non può non subire l’attacco del mondo”. In questo ultimo periodo la Chiesa sembra di non essere più il segno di contradizione, non vuole cambiare il mondo ma si fa cambiare dal mondo. Come mons. Negri ha vissuto questo periodo particolare?

Don Gabriele Mangiarotti

– Mons. Negri affrontava tutti i problemi con la fierezza di essere cristiano. Non è stato un cristiano rinunciatario, ha realizzato nella sua opera pastorale quanto Papa Benedetto, nella visita alla Diocesi, aveva affermato come compito dei credenti: «Esorto tutti i fedeli ad essere come fermento nel mondo, mostrandovi sia nel Montefeltro che a San Marino cristiani presenti, intraprendenti e coerenti». Non si chiudeva in sé come se il cristianesimo fosse un bene da preservare ma aveva la forza di incontrare tutti gli uomini con la propria identità cristiana, e in questo sono stati significativi gli incontri con personalità del mondo religioso e culturale, se pur distanti, sempre in ascolto e confronto.

Giovedì, 13 gennaio 2022

Autore: Tratto da: Alleanza Cattolica 

 

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