In morte dell’arcivescovo emerito di Ferrara. «Un uomo, un sacerdote, di un realismo “spietato”, coraggioso nella certezza della fede».

di Marco Finco

Quando un amico non se ne va…

Uno dei tanti corridoi del Meeting di Rimini in un pomeriggio caldo d’agosto, sto andando da una parte all’altra abbastanza di fretta, incrocio i suoi occhi azzurri, mi fermo, saluto, due chiacchiere che con lui non potevano mai essere banali, non si riusciva mai a parlare del più o del meno, anche in pochi accenni c’era sempre uno sguardo intenso sul reale, un giudizio, una domanda, una parola di quelle che ti porti dietro per una vita intera. C’era sintonia e familiarità… ci conosciamo ormai da tanto tempo.

Mons. Luigi Negri

Mattino successivo all’ingresso di una delle tante mostre del Meeting di Rimini, sono insieme a pochi amici in attesa di una visita guidata, lo vedo arrivare insieme a pochi amici per una visita alla stessa mostra, mi passa davanti come se fossi trasparente, lo seguo con lo sguardo e dopo che mi è passato davanti lo saluto, confesso, un po’ ironicamente: “buongiorno…”, come a dire: “mi passi davanti e non saluti neanche…”. Lui torna sui suoi passi, camminando all’indietro, si ferma davanti a me, mi punta i suoi occhi azzurri addosso e…: “cosa vuoi? Ti ho già salutato ieri…”.

Il pomeriggio stesso mi chiama al telefono perché vuole fare due chiacchiere sulla mostra che alla fine abbiamo visto “quasi” insieme.

Mons. Luigi Negri. Oggi, a distanza di circa 24 ore dalla sua chiamata al Padre, mi sembra di rivivere le stesse sensazioni di quei giorni. Quando un amico non se ne va.

Un amico capace di mandarti “a quel paese” abbracciandoti, facendo tutte e due le cose seriamente.

Non se ne andava e non se ne è andato.

E quando, apparentemente, se ne andava, era per costringerti a volerti bene, a prendere sul serio anche le piccole cose di tutti i giorni. Sì, lui ti costringeva, gratuitamente, senza sconti, anche a costo che fossi tu ad andar via, perché era un uomo, un sacerdote, libero.

Quante volte ho pensato a quella meravigliosa frase di Tolstoj: «Lo scopo dell’arte non è quello di risolvere i problemi, ma di costringere la gente ad amare la vita» scambiando un po’ le parole, perché, per me, quell’amicizia con don Negri è stata ed è anzitutto questo… Lo scopo di don Negri non è quello di risolvere i problemi, ma costringermi ad amare la vita.

Un amico, un padre, un sacerdote di Madre Chiesa che mi aveva sorpreso e per certi versi “disarmato” tanti anni prima offrendomi un caffè. Un prete che ti offre un caffè? Perché? Cosa vuole? Tutto.

Quel tutto che lui aveva e già sta dando a Cristo, come uno innamorato, seriamente innamorato, profondamente innamorato, non in modo sentimentale ma nella durezza della realtà, cercando insistentemente la bellezza di un giudizio che faccia fare un passo verso l’eternità, verso quell’Infinito che si è fatto carne.

“Il verbo si è fatto carne”! Una delle prime volte che ho chiesto di poter parlare con lui… appuntamento… arrivo in orario, mi guarda, provo a dire due cose, ho un attimo di esitazione e allora si alza e senza togliermi gli occhi di dosso: «Non ho ancora celebrato la Santa Messa, vieni a farmi da chierichetto, lì si impara il Tutto». E dopo la celebrazione mi congeda dicendomi: «Torna quando vuoi, dobbiamo lavorare insieme».

Un uomo, un sacerdote, di un realismo “spietato”, coraggioso nella certezza della fede.

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore – come è stato già detto – rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso. Questa è – se così è lecito esprimersi – la dimensione umana del mistero della Redenzione…» (Redemptor Hominis n.10). Quante volte me l’ha fatta leggere e rileggere (leggetela anche voi… è davvero un punto di non ritorno…), in un continuo confronto, in un dialogo appassionato alla ricerca della Verità dell’uomo, cioè mia e sua.

Un sacerdote per cui la questione della fede, quella capacità di riconoscere Cristo dentro la realtà della vita, non era un qualcosa che “semplicemente” gli avevano trasmesso i suoi genitori, ma la forza persuasiva di un presente che lo rilanciava dentro ogni “battaglia”, dentro ogni circostanza della vita. Una “battaglia” fedelmente abbracciata dentro quel luogo che “rigenera” il Cristo nella quotidianità della vita: la Santa Madre Chiesa. Un uomo, un sacerdote, un vescovo per cui Cristo era ed è tutto, ma proprio tutto.

Tratto da: TEMPI

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