Ripresa della SdC di un gruppetto di amici sabato 3 ottobre 2020

Contributo di Mons. Luigi Negri

La realtà è la presenza di un Altro. Non c’è niente che accada fra di noi e, immediatamente o meno, non ci richiami alla sua Presenza. «Vieni signore Gesù»: io credo che bisogna, man mano che il tempo passa, chiedere al Signore, come facevano i Padri della Chiesa con una profondità e con una umiltà che non può non sorprenderci, che ci ammetta nella sua intimità. Tante volte nei testi dei grandi Padri della Chiesa torna questa domanda: che il Signore mi ammetta alla sua intimità; che mi faccia godere della sua intimità; che mi faccia sentire la sua storia come parte della mia e la mia come parte della sua.

Credo che quello che stiamo lentamente recuperando in questi mesi sia in fondo il vero significato della felicità. Quante volte facciamo fatica, anche noi, a parlare di felicità: come se la felicità fosse qualche cosa di straordinario della quale non sappiamo nulla, della quale non conosciamo il luogo dove trovarla. Invece questa felicità consiste nell’essere presenti l’uno all’altro come segno del Signore. Come è possibile trovare la felicità? Rivolgendo il nostro sguardo a Lui. Questa è l’unica risposta possibile.

Con chi cerchi la felicità? Con me, con chi ti è vicino. La cerchi con una presenza reale, completa, carnale, con tutti i suoi limiti e con tutte le sue bellezze. La cerchi con me e, mentre la cerchiamo, l’orizzonte della vita sia apre all’universo. L’orizzonte della vita, cioè le vicende quotidiane: il mangiare, il bere, il lavorare; tutte le vicende dell’esistenza che molte volte saremmo tentati di considerare come qualcosa di banale. Ma non c’è niente di banale nella nostra compagnia, perché c’è un’ultima profondità che dischiude la nostra vita al Signore. Le affermazioni sulla vita concreta e storica esprimono sempre un pezzettino della nostra vita di tutti i giorni e la cosa più significativa è che ciascuno di questi particolari non si chiude ma si apre grazie all’incontro con il Signore. Tutti i particolari della nostra vita corrono il rischio di chiudersi, quando ad esempio ci fermiamo all’esperienza vissuta – magari bella perché non è sbagliato ricordare che abbiamo vissuto dei momenti belli che hanno riempito la vita – senza renderci conto che ciò che è davvero bello, negli incontri con il Signore tra di noi, è l’apertura del cuore e dell’intelligenza che Egli genera in noi.

Noi siamo in attesa di questo. Quando ci troviamo e desideriamo questo, sperimentiamo la letizia. Quando invece ci troviamo e non desideriamo questo, è un po’ come se stessimo male.

Non c’è niente di più bello di una compagnia che si raduna consapevole del fatto che non gli sarà mai tolto ciò che ha di più caro: è come se, tutte le volte che stiamo insieme, magari conversando, si aprisse la porta e, discretamente, il Signore entrasse e ci guardasse con la compiacenza con la quale un grande amico guarda i suoi amici; è come se si sedesse lì, tra gli altri, per aspettare di partecipare anche Lui al nostro dialogo. Questo è il nostro rapporto con Cristo. Tutte le altre cose saranno anche belle, ma vi avverto un filo di moralismo quando vengono affermate come se avessero valore in sé. Noi siamo lieti solo perché Dio vive. Quando Egli compare, sia che compaia fisicamente, come è accaduto storicamente ai Dodici apostoli, sia che compaia alla memoria di ciascuno di noi, il nostro cuore sussulta di gioia. Allora la letizia ci possiede come una cosa che noi non possiamo comandare: ci apre il cuore e ci spinge sempre avanti oltre il punto al quale siamo arrivati.

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