Mons. Luigi Negri e Avv. Gianfranco Amato

La grandezza della testimonianza che ci è stata data ci esime dal fare discorsi.

Ci sono momenti, come questo, in cui non si devono fare discorsi. Si deve semplicemente accogliere una presenza che corrisponde al senso profondo della nostra vita. Può trattarsi di una presenza qualsiasi nel grande concerto dell’esistenza in cui l’uomo vive. Può trattarsi della presenza di una persona che non ha particolare rilievo, ma che quando parla mette a nudo la mia umanità.

Questa è l’autorevolezza di Dio. Chiunque parlando, dando testimonianza della sua vita, mette me in condizione di ritrovare la ragione ultima del mio vivere, del mio esistere, mi pone nella condizione di capire che la vita non è riconducibile a nessun calcolo, a nessun tipo di calcolo: intellettuale, positivo, biologico, affettivo, sessuale, politico, sociale. La vita non è una serie di calcoli, per cui funziona se il calcolo va bene, e non ha più valore se il calcolo va male.

Questa testimonianza afferma una grande verità, che la ragione umana, ancor prima della Chiesa, ha intuito e vissuto, ossia che, come diceva il grande Pascal, l’uomo supera infinitamente l’uomo. L’uomo è infinito nelle dimensioni che costituiscono il suo cuore. L’uomo va verso l’infinito. Non ci potrà essere nessuna meta umana, nessun obiettivo umano, nessun ideale umano capace di corrispondere veramente alla sua esistenza. Illusione e delusione si alternano in una vita non illuminata da Dio. Una vita senza Dio è meschina, triste. Perché è una vita che non ha senso e rotola insensibilmente, quasi senza consapevolezza, da un’origine strana e inconcepibile ad una fine obbiettivamente negativa.

Spetta a chi percepisce la forza della sua umanità, a chi si sente chiamato a percorrere la strada che va verso l’Assoluto, accompagnarsi ad altri amici, perché così la ricerca è meno faticosa, è meno solitaria, è meno rischiosa. Questo vale soprattutto per coloro che hanno incontrato il Mistero che si fatto carne e storia, che si è fatto presenza, che si è fatto presenza reale e storica dell’uomo Gesù Cristo. Occorre che i cristiani percepiscano la loro responsabilità non soltanto verso se stessi ma verso tutto il mondo.

Noi aspettiamo più che mai che la Chiesa diventi un fatto di vita, per pochi o per tanti non importa. Che diventi un fatto di vita per alcuni e che questi alcuni sappiano testimoniarlo ad altri, i quali, investiti da questa testimonianza, credano e affidino la loro stessa certezza ad altri. Questo genera un movimento di fede che va da cuore a cuore, come diceva il Santo Cardinale Newman. Che va da cuore a cuore e, come ha detto il Concilio, si diffonde con urgenza.

Se abbiamo davvero incontrato il Mistero della verità della nostra vita nell’esperienza di Cristo e della Chiesa, allora dobbiamo saper essere testimoni veri di tale incontro difronte a tutto il mondo, senza alcuna riduzione, senza alcuna discriminazione, perché il nostro compito è portare a tutti quella verità, quella libertà e quella bellezza che l’uomo desidera ma non può darsi con le sue mani. Noi la diamo a tutti gli uomini non perché l’abbiamo costruita con le nostre mani, ma perché le nostre mani povere come quelle di tutti gli altri sono state colmate di una certezza e di una verità che ha travolto la nostra vita, e l’ha messa al servizio di tutti i nostri fratelli uomini, fino agli estremi confini del mondo.

Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere, solo di essere quello che siamo, quello che Dio ci ha reso. E Lui ci ha reso quello che siamo stati capaci di essere, perché abbiamo risposto come abbiamo potuto, e Dio che è Padre non ragiona come tante volte fanno i padri normali quando iniziano a fare i conti. Un Padre non calcola la vita di un figlio. Un Padre non fa i conti alla vita del figlio. Un Padre accompagna il figlio nella grande avventura della vita e quando lo ha portato all’inizio di questa avventura, la sua grandezza non sta nel lasciarlo solo, ma nello staccarsi in maniera quasi impercettibile, segnando una distanza che non verrà mai più colmata nella vita, perché lo stesso figlio, in forza di tutto quello che ha ricevuto, deve misurarsi lui con la vita. Questa è la tradizione in cui siamo nati.

Non so se vi siate accorti, ma quella che è stata scritta oggi fra di noi è un’immagine di nuova bellezza. È davvero un bene che la vita con tutta la sua fatica possa essere vissuta ed offerta.

È una bellezza che non vuole superare la grande bellezza delle magnifiche costruzioni romaniche o gotiche, che non si mette in competizione con niente, ma è una bellezza che nasce dalla certezza che si sta creando un mondo nuovo e bello, faticoso ma nuovo e bello, come diceva Papa Benedetto. Una vita è bella perché è faticosa ed è faticosa perché è bella.

E questa bellezza nuova non esorcizza la fatica, non elimina il dolore, non elide la contraddizione, perché si fa carico di tutto, con la certezza che ogni creatura di Dio è buona, come diceva Sant’Agostino nella Città di Dio (XI, 22), ogni vita è buona perché nasce da Dio ed entra nella storia per affermare la sua appartenenza a Dio, vivendo in modo nuovo la vita, mangiando e bevendo, vegliando e dormendo, vivendo e morendo non per se stessi, non secondo le misure della propria intelligenza umana ma secondo Colui che è morto ed è risorto per noi.

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