Monsignor Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio
(foto Samaritani)

“L’arcivescovo emerito: «Come ci ha detto san Paolo, continuerò a non accordarmi con la mentalità dominante nonostante le sue lusinghe”

Intervista di: Cristiano Bendin – IL RESTO DEL CARLINO, 19 Febbraio 2020. Scarica l’intervista

A 78 anni, è una delle figure di riferimento per i cattolici italiani cosiddetti «tradizionalisti». Una definizione giornalistica che sta stretta a monsignor Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio ma soprattutto intellettuale, studioso, saggista e docente. Formalmente in pensione, continua a girare l’Italia per seminari, esercizi spirituali e lezioni e resta una delle voci più ascoltate della Chiesa Cattolica italiana, anche se in minoranza. Da qualche mese, nonostante il proposito di restare a vivere a Ferrara, manifestato pubblicamente poco dopo la fine dell’incarico nella nostra arcidiocesi, Negri ha fatto ritorno nella sua Milano.

Eccellenza, perché ha deciso di lasciare Ferrara? Si è sentito “messo da parte”?
«No, non mi sono assolutamente sentito messo da parte. Ho ritenuto che fosse giusto tornare nel contesto nativo della mia esistenza che è Milano, con tutto il lascito di tradizione culturale e di forza che questa città ha sempre avuto. Non è stato facile staccarsi ma io considero di avere ancora dei legami profondissimi con Ferrara e infatti non appena venissi chiamato verrò; verrò per continuare il dialogo con coloro che avessero ancora necessità di riferirsi a me».

Immagino segua le vicende politiche della città: che ne pensa, a sette mesi dalle ultime elezioni amministrative, della svolta politica?
«Non sono sufficientemente implicato per poter dare, e neanche sarebbe opportuno dare, dei giudizi puntuali. Io ho sempre visto in modo molto positivo il cambiamento, il succedersi di una posizione amministrativa ad un’altra perché mi sembra che il pluralismo sia il bene della società civile. Certo, non è che cambiare sia sempre positivo e mantenere sia necessariamente negativo; occorre sottoporre, sia la conservazione che il cambiamento, ad un punto di vista superiore e questo punto di vista superiore è il bene comune delle società» .

Un consiglio alla nuova classe dirigente per riempire di contenuti, anche culturali, il loro agire politico?
«Mi consenta di essere sincero: i contenuti o ci sono o non ci sono. Non si possono prendere a prestito. I contenuti appartengono all’identità del singolo, del gruppo… Quindi controverterei questa domanda così: c’è oggi, nella nostra società, una presenza di identità diverse? Io mi auguro che ci siano e che ciascuna di queste identità sappia svolgere un cammino positivo di comprensione della realtà e di intervento sulla realtà. Così una società si mobilita. Una società si muove perché ci sono delle presenze che si muovono; una società rimane invece statica quando queste presenze sono inerti. Ho lavorato tanti anni, a Ferrara e in altre realtà, perché le presenze sociali fossero vive e mi ha sostenuto sempre la grande immagine che l’indimenticabile Benedetto XVI mi diede durante la sua visita nella Diocesi di San Marino-Montefeltro: laici vivi, attivi e intraprendenti».

Tra le questioni più discusse in città c’è la regolamentazione della cosiddetta movida: fu lei, per primo, a porre la questione educativa dei giovani. Da allora poco è stato fatto.
«Lei è venuto qui a ricordarmi tutte le sconfitte che ho avuto; ma io ho sollevato una cosa di assoluto buonsenso. Mi sembrava indignitoso, ma non dal punto di vista cristiano bensì dal punto di vista della dignità di una città e di una piazza, che essa fosse diventata il luogo dove ciascuno potesse fare tutto quello che voleva senza nessun riferimento, senza nessun confronto con valori obiettivi. Questa battaglia apparentemente l’ho perduta ma se torna ad essere attuale vuol dire che proprio inutile non fu. Il tempo ha bisogno che le cose facciano il loro corso, il corso della storia può essere diverso dai nostri desideri e, le dico di più, può essere diverso anche da quelli di una giustizia obiettiva. Ma l’uomo intelligente sa accettare i tempi della storia».

L’arcivescovo Perego ha annunciato la prossima costituzione delle unità pastorali per sopperire alla mancanza di sacerdoti e al calo demografico: che futuro vede per la chiesa ferrarese?
«Per la grande esperienza di vita pastorale che ho avuto non ho fiducia che le strutture, anche se rinnovate – qualche volta in modo affannato – possano creare il nuovo; il nuovo lo crea la persona, che vive la fede nel Signore Gesù Cristo e vive i rapporti di comunione con i suoi fratelli, che non discrimina fra fratello e fratello, e ha il cuore aperto universalmente come ci ha ricordato il Signore nel suo ultimo incontro con i discepoli “fino agli estremi confini del mondo”».

Lei gira l’Italia per seminari, conferenze ed esercizi spirituali: qual è il sentimento dei fedeli? E del clero che interagisce con lei?
«Devo riconoscere che c’è un sentimento di grave sconcerto perché sembra che la Chiesa non rappresenti più un punto di riferimento sicuro, in grado di portare dentro la vita degli uomini la risposta di Cristo: essa sembra invece affannarsi a trovare un’opinione legittima o legittimata dal potere e questo è un circolo vizioso. La fede deve proclamare la verità di Cristo e finisce per correre dietro alla “saggezza” mondana. Allora mi viene in mente di ricordare che il buon Paolo – chiamandolo affettuosamente così – ha detto infinite volte che non bisognava concordare con la mentalità di questo modo. Se c’è una cosa che ho fatto e continuerei a fare sino a morire è non accordarmi con la mentalità dominante quale che siano le lusinghe con cui si presenta a noi».

Quali i suoi progetti futuri? «La vita è tale che il futuro non so quanto sarà. Sino a quando Dio mi darà vita cercherò di fare dignitosamente il mio dovere di fronte a Dio, a Cristo e alla Chiesa dando il mio contributo, piccolo o grande non dipende da me, a questo immenso cammino di Fede di Speranza e di Libertà di cui la Chiesa è soggetto e protagonista della storia».

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