Esercizi spirituali di Avvento

Fraternità di Comunione e Liberazione – 21 novembre 2020

S.E. Mons. Luigi Negri e padre Marco Finco ofmcap

Padre Marco FINCO

Buongiorno a tutti e benvenuti a questo momento di “ritiro” tra virgolette, perché il ritiro, come ci hanno sempre insegnato, è un gesto. Come è ovvio questo non può essere considerato in sé e per sé un vero e proprio ritiro. Ciò che ci accingiamo a fare è piuttosto un’occasione per raccogliere insieme alcuni spunti perché ciascuno di noi possa “ritirarsi” in un momento di riflessione, possa trovare il tempo adeguato per rimettersi di fronte a Dio che chiede di entrare e di far parte della nostra storia, della nostra vita.

Un momento di riflessione personale o a piccoli gruppetti. Con mons. Luigi Negri il desiderio è quello di offrire qualche spunto sul tempo liturgico che ci apprestiamo a vivere e che per tanti di noi, nella liturgia Ambrosiana, stiamo già vivendo; per poter camminare in questo tempo di Avvento, un tempo formidabile che la Santa Madre Chiesa ci dona di rivivere all’inizio di questo nuovo anno liturgico, un tempo che dobbiamo custodire nel nostro cuore.

Io vorrei all’inizio, prima di cedere la parola a mons. Luigi Negri, riprendere alcune sue espressioni, alcune sue frasi e alcuni suoi contenuti che ha formulato all’inizio della ripresa della nuova Scuola di Comunità la scorsa settimana, perché mi hanno colpito particolarmente e penso che possano essere un aiuto anche per l’inizio di un nuovo anno liturgico.

Mons. Luigi Negri in quell’occasione ha detto: «Quando si riprende un lavoro – in questo caso un anno liturgico – è forse più importante di quando si è iniziato, perché riprendere vuol dire dar credito a una cosa più grande di noi, che si agita fra di noi, che caratterizza la nostra vita, che illumina il nostro cuore.

È semplicemente inserirsi sempre di più nel mistero del Signore perché è il mistero del Signore che ci tiene insieme, che ci fa approfondire la grandezza della sua Presenza. Anche se ci dà la coscienza dei nostri limiti, dei nostri valori, ciò che conta davvero è che il Signore ci accompagna. Il Signore ci vuole così bene che è qui ancora; è qui ancora a dar fiducia a noi.

La cosa importante della vita cristiana non è che noi diamo fiducia a Dio; qualche volta crediamo di capire che riponiamo una qualche fiducia in Dio, ma la cosa più importante è che il Signore dà fiducia a noi. Noi siamo qui, affidati al Signore, e siamo lieti che ci sia venuto incontro un’altra volta. Siamo lieti che ci venga incontro in un lavoro perché la nostra è un’amicizia assolutamente seria».

Cominciamo con un momento brevissimo di preghiera, recitando insieme il Padre Nostro, perché il Padre, attraverso suo figlio Gesù Cristo e lo Spirito Santo, possa accompagnare questo nostro piccolo e semplice gesto.

[recita del Padre Nostro]

Per quello che ho detto all’inizio chiederei a mons. Luigi Negri di aiutarci, introducendoci a questo grande tempo liturgico che è l’Avvento, magari con le sottolineature del rito ambrosiano che tanti di noi vivono, e che la Chiesa, in questo tempo particolare, ci regala con grande sapienza.

Mons. Luigi NEGRI

Per certi aspetti, amici miei, vorrei dire che riprendere è anche una cosa profondamente semplice perché è cedere un’altra volta, almeno per noi, a questa energia che ci ha preso e ci spinge, a questa energia che è l’energia buona dello Spirito, l’energia dello Spirito Santo di Dio che si accompagna alla nostra esistenza.

Prende la nostra esistenza perché non ha nessuna difficoltà ad aprire le sue braccia alla nostra vita; non ha nessuna difficoltà a sedersi accanto a noi in modo che il dialogo fra noi e il Signore possa svolgersi in maniera concreta, personale, umana.

Ritiro Avvento 2020
Antonello da Messina – Annunciata 1475. Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

Eppure noi facciamo fatica a comprendere che la vita cristiana è un’umanità diversa, un modo diverso di muovere i passi della vita, guidati da Lui: «Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che Egli conduce» (Sal 94).

Quante volte abbiamo recitato queste parole nella Liturgia delle Ore! Egli guida i nostri passi in modo sicuro.

Mentre andavo ripetendo questo, proprio in questo momento, mi ha sorpreso in modo molto benevolo l’immagine, apparsa sullo schermo del computer, del mio vecchio compagno di scuola Paolo De Carli, che era con me alle elementari – pensate alle elementari! –; e io ricordo tempi e momenti di quegli anni delle elementari perché sono stati i momenti nei quali forse più facilmente, almeno per me fu così, seppi aprire il mio cuore al Signore e, così, mi ritrovai, alla fine di quei quattro, cinque anni, arricchito.

Mi stupisce, a tanti anni di distanza, pensare come faccia un ragazzino – io avevo 8 anni, 9 anni,10 anni – a sentirsi arricchito e cresciuto. Eppure per me fu così: questo contatto con il Signore, nella mediazione della Chiesa, nella compagnia della Chiesa, mi fece trovare arricchito, non so come avrebbe potuto essere diversamente. Io, quando finii quegli anni, mi sentivo cresciuto: questo io credo che sia stata l’esperienza memorabile dei miei anni della prima adolescenza, fin dall’infanzia; sentirsi crescere, o meglio sentirsi cresciuti, perché sentirsi crescere è una cosa un po’ più complessa.

Sentirsi cresciuti significa riconoscere che, dentro la carne della nostra carne, le ossa delle nostre ossa – come diceva don Giussani –, dentro la materialità della nostra esistenza, siamo stati capaci di lasciare entrare un Altro. Un Altro con la A maiuscola che ha bruciato tutti i nostri limiti ed è come se avesse detto a ciascuno di noi: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno» (Lc 12, 32); è come se avesse detto a ciascuno di noi: «abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33).

Ecco, fratelli miei, oggi è una bella giornata, non tanto dal punto di vista del clima – non si può aver tutto, non possiamo comprare il bello o il cattivo tempo –, ma perché siamo qui. Ringraziamo Dio perché andiamo avanti guidati da Lui. È bello cominciare ma molto più bello continuare. Io penso che sia questo uno degli insegnamenti più grandi della vita famigliare, cioè del rapporto uomo-donna abitato dal mistero di Cristo.

Infatti il problema del matrimonio non è se si va d’accordo, se non ci sono tensioni; l’aspetto decisivo del matrimonio consiste nel fatto che gli sposi sono chiamati a ospitare insieme, ogni giorno, il Signore. Mi spiego: se ospitano il Signore non hanno paura di niente; se invece sono lì a cercare di far quadrare tutto, secondo la mentalità del mondo, nasce un problema nuovo ogni giorno.

Riconoscere Cristo presente apre i nostri orizzonti. Vedo qui sul nostro computer con il quale facciamo questo collegamento, la musica di Ennio Morricone, di cui ho sentito, forse una volta sola, un suo brano, ma è bastato per commuovermi, perché mi è apparso chiaramente che, se la Chiesa saprà generare ed accogliere una bellezza come questa, se la Chiesa ci metterà a contatto con una grandezza umana come questa, noi saremo sempre salvi perché saremo sempre affidati a una potenza che prende le nostre quattro piccole cosette e le dilata secondo la misura di Dio.

La grandezza che Cristo porta nella vita consiste proprio nel prendere le nostre quattro cose, alle quale siamo tentatissimi di rimanere attaccati, come eravamo attaccati ai nostri giocattolini nei primi anni della nostra giovinezza, salvo stufarcene subito e perderne addirittura il ricordo, e aprirci al Mistero.

Mentre noi saremmo tentati di attaccarci alle nostre cose, sentiamo che dentro la nostra vita, nel nostro cuore, interviene una potenza più grande che, lentamente e inesorabilmente, apre la nostra vita e il nostro cuore all’Assoluto.

Signore, insegnaci anche oggi ad aprire la nostra vita e il nostro cuore all’Assoluto! Signore, facci sentire, attraverso la testimonianza dei grandi che incontreremo, che la tua vita ci aspetta ogni giorno! Ci aspetta perché la nostra vita diventi sempre più la vita dei figli di Dio.

Padre Marco FINCO

Questa considerazione che facevi a riguardo dell’ospitare l’Altissimo, del far spazio all’Assoluto, a Dio, è molto appropriata per parlare dell’Avvento. Penso che il tempo dell’Avvento, a cui ci introduciamo oggi, sia proprio il tempo più decisivo su questo punto; il tempo dell’Avvento è il tempo che ci prepara ad accogliere la presenza di Dio dentro la storia, che accade ogni giorno e dentro ogni giorno.
Ci aiuti a caratterizzare questi giorni che ci separano dal grande Mistero del Natale nella liturgia dell’Avvento, con la quale la Chiesa ci accompagna e ci educa ogni giorno?

Mons. Luigi NEGRI

La liturgia dell’Avvento non dice che stiamo aspettando una cosa che non è ancora accaduta. Se noi fossimo in questa posizione, avremmo perso il tempo della nostra vita sino ad adesso.

L’Avvento non dice che noi stiamo ancora aspettando qualcosa, l’Avvento dice che questa cosa che aspettavamo è venuta e per questo la Sua vita vibra nella nostra; i movimenti del nostro cuore ormai si muovono all’unisono con quelli del Signore. Sentiamo che ci è accaduto un miracolo: un miracolo nuovo e quotidiano.

Vi prego di riflettere bene su questa espressione che ho usato – miracolo nuovo e quotidiano –: nuovo perché è sempre un’iniziativa di Dio che supera qualsiasi nostra capacità; però, allo stesso tempo, riaccade ogni giorno e questa è una cosa paradossale. Un nuovo che riaccade è il miracolo, perché se fosse successo nella nostra vita qualcosa di nuovo, poi scomparso, ditemi voi dove sarebbe il miracolo.

Se padre Marco nella sua adolescenza, che andava verso la giovinezza, avesse incontrato una persona nei confronti della quale si fosse sorpreso qualche volta a dire «sarebbe bello che fosse per sempre» – io non so se a lui sia successo, ma con umiltà devo dire che a me è successo – cioè, se gli fosse capitato di incontrare la persona della vita, la persona con la quale condividere la vita, ciò sarebbe ancora niente, se questa persona, con la stessa immediatezza, con la stessa gratuità con la quale è apparsa, scomparisse senza lasciar segno.

Questo sarebbe il tradimento della vita. Mi spiego meglio: noi siamo sottoposti ogni giorno a fare, da un lato, l’esperienza della bellezza, della grandezza con la quale Dio muove la nostra esistenza e, dall’altro, l’esperienza della crudeltà con cui ciò che è bello appare un istante e scompare senza lasciar segno. Questo è ciò per cui la vita è crudele, come diceva il nostro grande amico Giussani quando eravamo ragazzi – almeno io ero ragazzo – al liceo: «la vita è triste, ma è meglio così perché, se non fosse triste, sarebbe disperata».

Noi non riprendiamo quest’oggi il tema dell’Avvento nella presunzione stolida che non ci saranno problemi, che non ci saranno difficoltà nella nostra vita. Spesso gli auguri che si fanno nei giorni di festa vivono di questa speranza vana.

È come se si desiderasse che la vita si sospendesse per un istante e che tutti i problemi, che abbiamo sperimentato sino a ieri e che sperimenteremo anche domani, miracolosamente, ma sarebbe meglio dire miracolisticamente, scomparissero per fare incominciare un brano di esistenza di mesi e di anni senza problemi, senza difficoltà.

Il Paradiso non è questo; la fede non porta a questa sospensione della vita e alla sostituzione della vita reale con una vita apparente. La fede non è l’irrompere di una vita apparente nella vita di tutti i giorni, ma la trasformazione – che solo la fede in Cristo può fare – della vita di ogni giorno, la quale viene presa dalle misure quotidiane e dilatata secondo le misure nuove dello Spirito. È grazie a questo miracolo nuovo che riaccade che i nostri rapporti non sono fagocitati dal nulla.

Io ricomincio a camminare con voi per il tempo che Dio ci darà. Nessuno di noi sa quanto di questo tempo ci viene dato, ma noi siamo certi che questo tempo, in particolare questo tempo di Avvento che viviamo in questo periodo, è un tempo nel quale marciamo sicuri e diritti perché Egli guida in modo sicuro i nostri passi verso i «pascoli eterni del cielo».

Ditelo, prima di andare a letto alla sera o alla mattina appena svegli: Egli guida in modo sicuro i nostri passi sui «pascoli eterni del cielo». Sapete cosa vuol dire vivere la vita di tutti giorni ma in modo che l’orizzonte sia il cielo?

Nella tradizione cattolica, a cui la Chiesa non ha mai rinunziato e mai rinunzierà, «i pascoli eterni del cielo» sono il Paradiso che comincia su questa terra. Non la fine dei problemi e dei dolori –  No! –, ma l’irrompere di misure nuove, quelle di Dio, nella vita quotidiana, in modo che prendano la vita quotidiana e la allarghino dal suo interno, verso le dimensioni infinite della Chiesa.

Padre Marco FINCO

Mi sembra che le suggestioni liturgiche-teologiche, alle quali ci ha introdotto mons. Luigi Negri, siano decisive per la questione del tempo liturgico che stiamo vivendo, il tempo dell’Avvento, e, allo stesso tempo, fondamentali per capire meglio il tempo storico nel quale ci troviamo, cioè il tempo della cosiddetta pandemia.

Viviamo, infatti, una sorta di restrizione, una sorta, per riprendere gli spunti che il Movimento ci ha suggerito, di nichilismo: rischiamo di appiattirci o di addormentarci a causa di un nichilismo pervasivo. Vorrei allora cercare di sottolineare solo alcuni aspetti che emergono, oltre che dalle osservazioni che monsignore ci ha suggerito da padre, dai testi proposti, dal tempo storico che stiamo vivendo e dal tempo liturgico.

I testi di riferimento per questo ritiro sono la prima parte de Il brillio degli occhi e la Giornata d’inizio d’anno che cominciano tutti e due evidenziando questa grande questione del nichilismo latente dentro la nostra società ma anche dentro di noi, persino forse dentro l’esperienza della Chiesa.

Nell’introduzione del suo scritto, Il brillio degli occhi,Carron scrive: «L’esistenza dell’uomo contemporaneo – cioè la nostra esistenza personale e sociale –, in un modo sempre più chiaro e imponente, senza particolari clamori e proclami, e tuttavia non senza visibili effetti, appare segnata dal nichilismo» (pag. 4).

L’Avvento ci viene incontro proprio come aiuto, sostegno e compagnia, per spazzare via questo “segno” che ferisce la nostra esistenza, come è risultato evidente ascoltando le parole di mons. Negri.

Non possiamo aspettare che finisca la pandemia per poter vivere. Occorre potere ricominciare ogni giorno, dentro ogni circostanza.

Non possiamo aspettare che tutto sia risolto; non possiamo neanche aspettare che la nostra salute sia “al sicuro” (che arrivi il vaccino per esempio); non possiamo aspettare per vivere – permettetemi questa formulazione richiamando quanto mons. Negri ci ha detto – che Cristo venga, perché Cristo è già venuto. Già e non ancora.

È già presente dentro la nostra storia. Proprio per questo non possiamo permetterci di buttar via l’istante che ci è donato di vivere.

Il vero punto di resistenza o ripartenza, come è detto in entrambi i testi ai quali facciamo riferimento, è la nostra umanità, è la nostra posizione umana di fronte alle circostanze e alla vita che ci accadono. Il vero punto è un istante di vera tenerezza verso sé stessi, cioè un istante di amore per la propria umanità tutta intera.

Non solo la salute del corpo (che oggi sembra il problema fondamentale) ma, come ci insegna la Madre Chiesa in tante sue orazioni, la salute del corpo e quella dello spirito, che non possono mai essere disgiunte.

Un amore a sé che, come ci è stato appena testimoniato da monsignore, è possibile grazie a un incontro, grazie a «una compagnia reale, carnale, storica», come l’ha sempre definita don Giussani. Solo una presenza carnale è in grado di strapparci dal nulla, dalla tentazione del nichilismo.

In questi giorni, nei quali mi capita di essere quasi sempre a contatto con la gente che passa sul marciapiede davanti al Rosetum (abbiamo riaperto l’unico luogo che ha il permesso di essere aperto, la libreria, in questo tempo così “strano”), incontro diverse “tipologie” di persone, ma mi sembra che sia possibile ravvisare una sorta di comune denominatore: ognuno, più o meno consciamente o seriamente, identifica, di questi tempi, il problema della vita con un particolare.

Oggi per la stragrande maggioranza delle persone tale particolare coincide con la questione Covid e, di conseguenza, con la salute, quella del corpo, ma domani potrebbe essere qualsiasi altra cosa. È come se la vita di ciascuno dipendesse dal modo di affrontare un particolare che, a volte, è fissato da lui stesso e altre volte, come capita in questo periodo, dalle circostanze che lo “impongono” (vedi i vari Dpcm).

Oggi, nel tempo storico che stiamo vivendo, è come se fosse più evidente che il problema della vita è spesso ricondotto, non solo dalla “gente”, ma anche da noi, a un “particolare”, che ciascuno identifica in un modo piuttosto che in un altro, che ciascuno affronta in un modo piuttosto che in un altro e che, alla fine, non può che generare una solitudine e una mancanza di responsabilità rispetto alla propria vita.

Come si può venir fuori da questo “nichilismo”? Perché fermarsi su un particolare della vita, sia pur importante, come può essere la propria salute, non risolve il problema della vita e ci conduce inevitabilmente a una visione della vita stessa pari al nulla.

Il tempo dell’Avvento, nel cammino personale che siamo chiamati a percorrere, ci introduce innanzitutto a un amore a sé, alla propria umanità tutta intera, che cresce e si educa dentro a un’amicizia. In questo tempo che ci è dato di vivere, penso che stiamo sperimentando tutti, magari anche solo in negativo, nel senso della mancanza fisica, quanto sia importante e decisiva questa parola per la vita di ciascuno.

L’amicizia, che viviamo tra di noi o che domandiamo di vivere tra di noi, esprime secondo una suprema forza la grandezza dell’uomo: è l’imitazione di Dio a cui è chiamato l’uomo. Infatti la natura dell’essere, la natura di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che è reale, viene da Dio e la natura dell’essere è amore: Deus caritas est.

Se la natura dell’Essere è amore, allora nell’uomo, che è la creatura fatta a sua immagine e somiglianza, la virtù suprema sarà questa caritas, questo amore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv.13,35).

E la virtù è l’espressione della vita dell’uomo in rapporto con il Destino. Per questo il grande Jacopone da Todi, in alcuni suoi versi notissimi, diceva: «amor, amore omne cosa clama». Ogni cosa grida, può gridare “amore”, se passa attraverso la coscienza, l’intelligenza e l’affetto dell’uomo.

Ma il concetto di “amicizia” che cosa apporta alla parola amore? L’amicizia è un amore reciproco, senza reciprocità non c’è amicizia. Con l’amicizia è abolita l’estraneità. A questo ci introduce l’Avvento. Qui c’è in ballo il miracolo più affascinante e persuasivo del fatto cristiano, della Chiesa di Dio, per chi la vive, per chi cerca di viverla, per chi mendica allo Spirito Santo il dono di poterla vivere.

Infatti, il tempo dell’Avvento ci conduce in faccia a quella grandiosa idea di Dio di farsi nostro amico, rendendoci, come possibilità, amico il suo Mistero, abolendo così l’estraneità. Come ha detto in modo chiarissimo san Paolo: «Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2, 19-20).

E il tempo dell’Avvento, aprendoci la strada verso il Santo Natale, dice che «la speranza è una certezza nel futuro, in forza di una realtà presente». Cristo è già venuto e riaccade oggi, tra di noi. La certezza nel futuro, che non è certamente il vaccino, può trovar ragione solo in qualcosa che è presente, visto, sperimentato, trovato o presentito nel presente.

Dentro il presente, qualunque esso sia. È un presente che pone la questione della possibile speranza: letizia e gioia sono solo nella speranza. È a questo livello che si colloca la questione della tristezza richiamata in precedenza.

Perciò è la presenza di Cristo, resa nota dalla memoria, che ci rende certi, e per questo sereni e lieti, del futuro; è la presenza di Cristo che può avere un nesso obbligante col futuro. Quello che possiamo vivere in questo tempo di Avvento, come premessa e promessa, è l’abolizione dell’estraneità, una carità, cioè la natura espressa di Dio, coincidente con l’espressione stessa di Dio.

Che Dio sia amore, che la natura di Dio sia amore vuol dire che lo scopo di tutto ciò che c’è è assolutamente positivo. Anche il tempo che stiamo vivendo!

Con tutte le fatiche che ciascuno di noi vive, con tutti i limiti che ciascuno di noi sperimenta! Non può essere altrimenti. Una positività totale nella vita deve guidare l’animo del cristiano, in qualsiasi condizione si trovi; qualsiasi rimorso abbia; qualsiasi ingiustizia senta pesare su di sé; qualunque oscurità lo circondi; qualunque inimicizia, qualunque morte lo assalga; perché Dio, che ha fatto tutti gli esseri, è per il bene.

Dio, in Cristo Gesù, nel dono dello Spirito Santo che passa attraverso di noi nel grande dono del mistero della Madre Chiesa, è l’ipotesi positiva su tutto ciò che l’uomo vive. Anche se questa positività sembra talvolta essere vinta, in noi, dalle tempeste della vita e sembra quasi lasciare il posto alla capacità dell’uomo di ostilità, di odio contro la fedeltà di Dio.

Il cristiano, per vivere l’amore, per vivere questa amicizia, per corrispondere a questa caritas di Dio, non deve fare somme o addizioni di virtù e di perfezioni; deve – nonostante quello che è o, forse meglio, attraverso quello che è – accettare il disegno di un Altro, deve essere disponibile al volere di Dio.

Questa è la sua vocazione. Oggi la Chiesa intera celebra la festa della presentazione della Beata Vergine Maria al Tempio, Colei che si è resa disponibile totalmente al disegno di un Altro. Questa è la vocazione della Madonna, ma è anche la vocazione di ciascuno di noi e per ciascuno di noi secondo forme diverse ma con lo stesso contenuto.

Se l’amore, la caritas, è ciò che salva l’uomo facendolo partecipare, nella misericordia, alla natura stessa di Dio, la vita dell’uomo è pur così breve, è come un soffio: «Essi sono carne, un soffio che va e non ritorna» (Sal 77).

Così, ognuno di noi, quando è “pressato” dalla imponenza evidente della pochezza delle sue cose, che cosa fa? Che cosa rischia di fare? È facile che tutti noi dubitiamo anche dei gesti più buoni: che cosa posso fare? Come sono utile?

A chi sono veramente utile? Invece, è il contrario! Se Dio fa tutte le cose per il bene – essendo la sua natura amore –, ogni istante che l’uomo vive è grandissimo: è rapporto con l’Infinito; ogni istante è rapporto con l’Infinito, con l’Altro, e perciò è grandissimo, come la morte di Cristo in croce, come l’istante della madre che partorisce, come l’istante della donna che lava i piatti, come l’istante dell’uomo che va al suo lavoro, tutti i giorni.

Se non si vive la fede nel Dio buono che ha fatto tutte le cose, nel Dio amoroso che ha fatto tutte le cose, allora tutto rimpicciolisce. Come soffriamo tante volte, anzi, tutti i giorni quando siam tentati da questo: tutto rimpicciolisce negativamente, è come se non valesse la pena e tutto si perdesse, come forse in questo tempo di pandemia sperimentiamo come mai prima.

Invece, nel mistero dell’amore, nella grande Presenza del mistero dell’amore, tutto è grande! Perché ogni uomo è oggetto dell’amicizia; è parte dell’amicizia di Dio che si rivela in lui. Non solo ogni istante, ma ogni uomo è degno di quell’amore in cui Dio ci ha fatto creandoci.

Ogni uomo! Non è possibile accostare un uomo, non è possibile accostarci tra di noi, se non con questa coscienza. Non può esserci amicizia tra di noi, non possiamo dirci amici, se non amiamo il destino dell’altro sopra ogni cosa, al di là di qualsiasi tornaconto.

E, invece, quanto volte constatiamo la rottura dell’unità tra di noi, una certa estraneità tra gruppi della stessa Fraternità, della stessa comunità, della stessa parrocchia, dello stesso Movimento. E anche là dove c’è una preferenza, essa è a volte legata a un piacere, a una strumentalizzazione, a un tornaconto.

Che questa estraneità, Signore, non si verifichi tra di noi, ma che tra di noi sia vero l’amore innanzitutto e, quindi, l’amicizia, il reciproco desiderio, ossia l’augurio che il destino buono – cioè Tu, Signore, il Destino finale –, conforti e confermi ogni nostro rapporto e lo renda capace di qualsiasi generosità.

L’Avvento ci accompagna dentro questo grande cammino di conversione.

Concludo, prima di rilasciare la parola a monsignor Negri, leggendo alcune righe del volantone di Natale che mi sembrano essere particolarmente interessanti per vivere questi giorni del tempo Avvento:

«Egli è presente qui e ora: qui e ora! Emmanuel. Tutto deriva di qui; tutto deriva di qui, perché tutto cambia. La Sua presenza implica una carne, implica una materia, la nostra carne. La presenza di Cristo, nella normalità del vivere, implica sempre di più il battito del cuore: la commozione della Sua presenza diventa commozione nella vita quotidiana.

Non c’è niente di inutile, non c’è niente di estraneo, nasce un’affezione a tutto, tutto, con le sue conseguenze magnifiche di rispetto della cosa che fai, di precisione nella cosa che fai, di lealtà con la tua opera concreta, di tenacia nel perseguire il suo fine; diventi più instancabile. Realmente, è come se si profilasse un altro mondo, un altro mondo in questo mondo» (Luigi Giussani, Volantone di Natale 2020).

Tutto diventa più interessante. Monsignore, aiutaci a entrare dentro questo tutto, che deriva da questa presenza di Cristo dentro la nostra storia. Come dicevi all’inizio, l’’Avvento non è un tempo in cui ci è chiesto di aspettare qualcuno che venga, perché Egli è già venuto. Che cosa vuol dire che tutto deriva da questa Presenza?

Mons. Luigi NEGRI

Intanto vorrei ringraziarti molto per questo intervento che ha riposto la questione nei termini che io sento più miei.
È già accaduto e continua ad accadere, questo è il miracolo dell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo. È già venuto, è già presente, agita la mia vita, facendola in qualche modo respirare con il respiro stesso di Dio. Tuttavia è necessario che ci sia un tempo che passa perché quello che è iniziato possa compiersi.

Noi quest’oggi siamo lieti per questo, siamo lieti perché Dio vive, siam lieti perché il Covid non ci ha ancora preso e nessuno sa se ci prenderà o no: la provvisorietà della vita si esprime anche nella provvisorietà dei momenti.

Personalmente sono convinto che, se apparisse un Angelo del cielo – nel quale caso non sarebbe un angelo del cielo ma un angelo del demonio – e assicurasse che nessuno di noi prenderà il covid e che tutti noi moriremo a tarda età, stando bene sino al giorno prima, io sono sicuro che la maggior parte di quelli che vanno in Chiesa tutte le domeniche sarebbero più contenti di questo annunzio, evidentemente diabolico, che dell’annunzio cristiano che afferma che il «Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi» (Gv 1, 14).

Cioè noi dobbiamo stare attenti, amici, a quella terribile sovversione di valori che avviene, quasi senza che uno se ne accorga. Quando ripenso al mio passato, risalendo fino a quando ero piccolo, non che adesso uno possa dire che non sia più piccolo di statura, ma quando ero piccolo di età – ad esempio, quando andavo a fare la spesa per la mia povera mamma nei negozi attorno alla parrocchia di Sant’Andrea – quando io penso al tempo che passa, non posso non dire: come è grande Dio. Certamente per quello che farà accadere a tutti noi prima di prenderci ma ancora di più per quello che ha già fatto.

Cosa può fare di più? Tante volte mi chiedo, quando mi inerpico su per le scale per andare a dormire al piano in cui dormo, cosa può fare di più per me Dio? Io ho soltanto da chiedergli che mi aiuti a essere fedele.

La virtù del cristiano è la fedeltà a ciò che Dio ha iniziato. Domandiamo umilmente che Dio porti a compimento in noi quello che è già iniziato. Padre Marco ci hai dato, questa sera, una lezione bellissima di cosa voglia dire assimilare, far proprio lo spirito della liturgia nella vita di ogni giorno e cercare di comunicarlo a tutti quelli che incontriamo.

Padre Marco FINCO

Grazie a te monsignore. Riprendo prima degli avvisi solo una frase che mi colpisce sempre, tutti i giorni quando recitiamo l’Angelus: «il verbo si è fatto carne» per me, in questi giorni in particolare. Ma ancora di più mi colpisce la seconda parte di questa frase: «il verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi».Questa è la cosa decisiva della vita perché se si fosse fatto carne e basta, sarebbe sicuramente interessante ma forse non sarebbe così decisivo per la mia vita e per la vita di ciascuno di noi. È decisivo il fatto che «abita in mezzo a noi».

Lascio la parola a Paolo per gli avvisi e poi concluderemo con la benedizione episcopale di monsignore.

[Avvisi]

Per quanto riguarda la vita della fraternità, prossimamente saranno mandati a tutti i soci gli avvisi riguardanti gli esercizi e il fondo comune.

Gli avvisi del movimento vengono inviati tramite la piattaforma: Avvisi CL – disponibile anche su App e Smartphone.

L’avviso più importante di questi tempi è la Colletta Alimentare che quest’anno cambierà forma. Non saranno più i volontari a promuovere la colletta e a ritirare gli alimenti ma, nei supermercati aderenti, sarà a disposizione una Card con la quale si potrà versare alla cassa quanto si vuol donare.

Il versamento può essere fatto anche on-line entrando nel sito www.collettaalimentare.it che vi invito a visitare per capire meglio le novità e trovare strumenti per proporla a chi incontriamo.

Dovrebbe esserci anche l’elenco dei supermercati aderenti perché non tutti i supermercati hanno aderito – per esempio le Coop fino a qualche giorno fa non avevano aderito a questa iniziativa. Quindi quest’anno la riuscita del gesto dipende più che mai dalla responsabilità di ciascuno di noi. Una cosa interessante è che la Colletta si potrà fare per due settimane da oggi fino all’otto dicembre.

Da ultimo vi ricordo ancora il libro del nostro monsignor Luigi, edito da Cantagalli, che è recentemente uscito, CHIESA VIVA Mater et Magistra. Questo testo può essere acquistato o scrivendo a questo indirizzo mail mcferrini@libero.it oppure presso la libreria del Rosetum.

Bene augurandoci un buon Avvento a tutti e, se non ci sarà la possibilità di vederci e di sentirci prima, in grande anticipo, un buon Santo Natale a tutti, chiediamo a monsignor Luigi Negri la benedizione.

Ci benedica Dio onnipotente, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo

AMEN

Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam.

Buon Avvento a tutti.

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